05/05/2015

Ad ogni età occorre accrescere il proprio bagaglio di conoscenze

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Secondo i dati forniti a fine marzo dalla SECO, la Segreteria di Stato dell’economia, in Svizzera sono oltre 35.500 le persone di età superiore ai cinquant’anni che non hanno un lavoro: quasi duemila vivono in Ticino.

Cifre importanti che tuttavia quantificano solo in parte il fenomeno dei precari over 50. Come ci spiega Sergio Montorfani, Capo della sezione del lavoro, il numero effettivo di disoccupati è in realtà molto più alto. «I dati statistici rilevano solo i disoccupati iscritti ad un ufficio regionale di collocamento – precisa Montorfani –. Ai sensi della statistica vengono inoltre intesi come disoccupate unicamente le persone che al momento dell’indagine non fanno altro che cercare lavoro. Sono dunque esclusi tutti coloro che svolgono un impiego a tempo parziale, che sono in malattia, che partecipano alle misure attive o che per motivi personali scelgono di non iscriversi a questi registri. Il numero effettivo di disoccupati è più ampio».

L’incertezza

Considerati spesso poco flessibili, restii a seguire dei corsi d’aggiornamento, più costosi e instabili da un punto di vista sanitario, i lavoratori di una certa età vengono spesso prepensionati, se non licenziati, per motivi di riorganizzazione interna, cambio di proprietà o delocalizzazione dell’impresa. All’incertezza dei ventenni in cerca di un lavoro fisso si è dunque aggiunta quella dei cinquantenni. Un malessere che colpisce una fascia delicata di lavoratori che – nonostante statisticamente parlando abbiano un rischio minore di essere licenziati rispetto a un giovane – una volta espulsi dal mercato del lavoro necessitano di più tempo, prima di trovare un nuovo impiego. Per i disoccupati over 50 le stime parlano infatti di un’attesa che oscilla dai nove ai dodici mesi, mentre per chi ha appena finito gli studi, i tempi sarebbero decisamente più brevi, attorno ai tre-quattro mesi. Insomma, da un lato una minore probabilità di finire disoccupati, ma dall’altro maggiori difficoltà a trovare una nuova sistemazione. Soprattutto se da un punto di vista formativo si ha qualche lacuna. «Spesso i lavoratori over 50 che vengono licenziati hanno poche qualifiche e provengono da settori come la ristorazione, l’edilizia o l’albergheria – continua Montorfani –. Esistono però anche lavoratori che, pur non avendo un diploma universitario, dispongono di un importante bagaglio di conoscenze acquisite durante anni di lavoro all’interno di una stessa ditta. Una volta caduti in disoccupazione, però, o questi trovano lavoro in un’azienda simile che cerca lo stesso knowhow – un caso però già raro in un mercato piccolo come quello ticinese –, oppure devono confrontarsi con la concorrenza di giovani che possiedono un titolo di studio migliore. E tendenzialmente la scelta del datore di lavoro ricade su chi ha un diploma più elevato sul candidato più giovane e su chi ha delle pretese salariali minori». Che si stia quindi creando un conflitto latente tra le due generazioni per accaparrarsi un posto di lavoro? Per Boris Zürcher, Capo della Sezione lavoro della SECO, non è il caso. «Secondo un rapporto dell’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico (OCSE), la Svizzera fa parte degli Stati membri che possono vantare uno dei tassi occupazionali più alti tra gli over 50 – dichiara Zürcher –. Questa fascia di lavoratori non è però da intendere come un attore in competizione con i giovani, ma piuttosto come un fattore di complementarietà. Ed è anche grazie a questa complementarietà generazionale che il sistema svizzero è così performante».

Creare condizioni quadro

Nonostante la Svizzera sia quindi ben messa in confronto a molti altri Paesi sviluppati, di lavoro da fare per migliorare la situazione non ne manca. Come ci spiega Zürcher, uno degli obiettivi che si prefigge in questo senso la Confederazione è quello di lottare contro quella «discriminazione» che si profila in numerosi annunci di lavoro, rivolti esclusivamente a specifiche fasce d’età. «La stessa OCSE nel 2012 aveva raccomandato di istituire una norma volta a lottare contro questo tipo di emarginazione dei lavoratori più anziani – racconta Zürcher –. Da parte nostra non riteniamo tuttavia necessario un intervento simile, poiché così facendo si andrebbe solo a discriminare altre categorie. Quello che invece ci impegniamo a fare è da un lato incoraggiare le parti sociali ad offrire condizioni migliori e incentivi per prolungare la vita lavorativa. Dall’altro cerchiamo di creare le condizioni quadro affinché i disoccupati over 50 vengano riassorbiti nel mercato del lavoro in maniera celere e duratura». Per legge, spiega Montorfani, un datore di lavoro che sceglie di assumere una persona di più di cinquant’anni può ricevere in cambio, per il primo anno, un rimborso mensile pari al 50% dello stipendio versato al lavoratore. Secondo Zürcher, poi, in un discorso più ampio, non c’è quindi da preoccuparsi soprattutto perché «la Svizzera può vantare un mercato del lavoro flessibile e sano». Per mantenere questa stabilità lo sforzo principale deve però farlo in primis il lavoratore stesso: «Il successo del sistema svizzero si basa soprattutto sulla responsabilità individuale – afferma Zürcher –. È quindi necessario che i lavoratori si impegnino ad accrescere il proprio bagaglio d’esperienze, a restare competitivi sul mercato del lavoro». Più facile a dirsi che a farsi in un periodo di forte concorrenza? Forse. In questo senso, per chi un lavoro non ce l’ha più, mantenere una certa costanza e attitudine lavorativa può talvolta rivelarsi una scelta vincente. Per farlo, in Ticino esistono i Programmi di occupazione temporanea, una misura attiva che offre la possibilità di svolgere attività lavorative non remunerate presso enti o associazioni senza scopo di lucro. «Dal momento che le attività proposte non devono essere in conflitto con l’economia, capita che per alcune persone queste siano poco stimolanti – ammette Montorfani –. Tuttavia lo scopo è quello di tenere attiva la persona, di recuperare una certa capacità professionale come anche di mantenere un’attitudine al lavoro. È importante in questo senso che il disoccupato non perda l’abitudine di alzarsi a una certa ora, di recarsi ogni giorno in un ambiente professionale dove deve interagire con altre persone, di svolgere delle mansioni e quindi di avere una certa responsabilità. Sono aspetti che forse appaiono scontati, ma che invece possono giocare un ruolo significativo agli occhi del futuro datore di lavoro. Impegno e tenacia non vanno mai sottovalutati, in particolare in un momento delicato come quello di oggi dove il lavoratore deve affrontare una concorrenza sempre più agguerrita».

VIOLA MARTINELLI

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