30/08/2016

Ottanta dottori sugli 800 formati annualmente cambiano attività nel corso degli anni.

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Tra i principali motivi le condizioni di lavoro – Leggermente più numerose le donne.

Un medico su dieci interrompe la sua attività prima del tempo. È quanto risulta da uno studio commissionato dalla Federazione dei medici svizzeri (FMH) e dall’Associazione svizzera dei medici assistenti e capiclinica (ASMAC). Tradotto in cifre: la quota dei medici che non curano più oscilla tra l’8,4% e il 12,9%, il che significa che circa 80 degli 800 medici che vengono formati annualmente abbandonano l’attività nel corso della carriera professionale.

Non sorprendono i motivi di queste interruzioni precoci. Tra le cause principali vi sono infatti aspetti legati alla situazione lavorativa. In prima linea vengono menzionati il tasso d’attività e gli orari di lavoro: per un medico su tre sono fra i tre fattori più importanti per l’abbandono dell’attività. Anche la conciliazione tra la vita professionale e la cura dei figli, così come i contenuti del lavoro stesso vengono addotti come elemento decisivo per un’interruzione da una persona su cinque. Seguono, con il 16%, le elevate esigenze e il conseguente stress dovuto all’attività richiesta. Solo a questo punto della classifica trovano posto fattori che non hanno a che vedere con la situazione lavorativa, come la salute, un nuovo orientamento professionale o la pensione anticipata.

Una tendenza che preoccupa, in particolare alla luce della carenza di medici che non cessa di aumentare in Svizzera, come testimonia da noi contattato Nico van der Heiden, responsabile della comunicazione dell’ASMAC: «In Svizzera già formiamo troppo pochi medici. Questo studio dimostra che, di coloro che abbiamo formato, perdiamo circa il 10%. A questo si aggiunge il fenomeno della concorrenza estera. È un quadro abbastanza classico: se in Svizzera tedesca sono molti i medici tedeschi e austriaci, in Romandia sono tanti i francesi e in Ticino gli italiani. Queste persone scelgono il nostro Paese attratte principalmente da una questione di stipendio».

Lo studio, realizzato dal Büro Vatter e dall’Istituto di ricerca Gfs.bern, evidenzia differenze di genere: a dipendenza dei diversi scenari la quota femminile si situa da 1,2 a 1,6 volte sopra a quella degli uomini. Il motivo? «La causa primaria è la conciliazione tra lavoro e famiglia», prosegue Van der Heiden. «Se lei lavora 56 ore a settimana e fa i turni anche di notte e il weekend, come può gestire gli affetti? È estremamente difficile trovare un asilo nido con degli orari di apertura adeguati. Inoltre sono pochissimi i posti a tempo parziale negli ospedali. La scelta è quindi obbligata: bambini o carriera. E ci sono purtroppo ancora più donne che uomini che in tal caso optano per stare a casa».

Per ovviare a questo andamento la FMH e l’ASMAC propongono misure ben precise. Prima fra tutte, la creazione di condizioni lavorative al passo con i tempi in modo da rendere gli orari di lavoro e il tasso d’attività più attrattivi. Non trascurabile è in tal senso un aumento dell’offerta di impieghi a tempo parziale e di posti in strutture d’accoglienza per bambini con orari adeguati a distanza utile dal luogo di lavoro. In secondo luogo si chiede di ridurre il carico amministrativo dei medici, un onere che ha subito un incremento costante nel corso degli ultimi anni sia all’interno degli ospedali sia negli ambulatori. Non da ultimo sarebbe utile dare il via a un lavoro di sensibilizzazione, a partire dal periodo formativo per continuare nel corso della carriera, alle sfide che si dovranno/potranno affrontare.

A.R.

«Un dato che mi ha particolarmente sorpreso – racconta Van der Heiden – è che un terzo di coloro che interrompono la carriera lo fanno a 26 anni, subito dopo aver terminato gli studi in medicina, vale a dire che neanche cominciano a lavorare in ospedale, ma entrano nell’industria farmaceutica o nell’amministrazione sanitaria cantonale. Questo è un numero relativamente alto. Quando a 19 anni si comincia a studiare medicina si ha come ideale, forse un po’ ingenuo, quello di voler salvare il mondo. Evidentemente poi succede qualcosa durante gli studi che fa dire a queste persone: “No, non voglio lavorare in ospedale”. Allora mi chiedo: forse questa gente nutre delle aspettative sbagliate, oppure cosa non funziona durante questo periodo? Purtroppo dallo studio sappiamo troppo poco riguardo a questo argomento».

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