25/08/2016

Quello della disoccupazione è un terreno minato, sul quale, dopo gli sconquassi finanziari del 2007-2008, è divenuto praticamente impossibile discutere in termini razionali

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di FABIO PONTIGGIA - Preoccupa il silenzio con cui vengono accolti gli attacchi politici contro istituti di ricerca e di statistica economica. È una deriva pericolosa. Dove sono finiti i difensori della libertà e dell'autonomia della ricerca? Hanno forse paura di far sentire la loro voce?
Sotto tiro, negli ultimi tempi, sono in particolare le statistiche sulla disoccupazione. I dati raccolti ogni mese dagli Uffici regionali di collocamento e pubblicati dalla Segreteria di Stato dell'economia (Seco) non confortano le tesi sostenute da diversi politici; ma anziché riesaminare criticamente queste tesi e domandarsi se non ci sia per caso qualcosa che in esse non regge, questi stessi politici sostengono che i dati pubblicati dalla Seco sono fasulli, che gli economisti che li prendono per buoni farebbero bene a cambiare mestiere perché vivono fuori dalla realtà e che gli istituti che li accreditano (come ad esempio l'IRE in Ticino) non dovrebbero più essere finanziati.

Quello della disoccupazione è un terreno minato, sul quale, dopo gli sconquassi finanziari del 2007-2008, è divenuto praticamente impossibile discutere in termini razionali. In parte è comprensibile, perché la dura realtà con cui deve fare i conti chi perde il lavoro e chi non lo trova ha implicazioni umane e sociali molto pesanti. Anche un solo disoccupato, desideroso di lavorare, è un disoccupato di troppo in una società sviluppata come la nostra. Tutto deve quindi essere messo in atto affinché egli possa uscire dalla disoccupazione e ritrovare la sua autonomia economica. Il dibattito politico dovrebbe proprio avere questo scopo.
E invece si mettono in discussione addirittura le basi conoscitive del mercato del lavoro e in particolare della realtà della disoccupazione, perché, come detto, i dati che ne scaturiscono non confortano certe tesi e certe teorie. La teoria è che i disoccupati continuano ad aumentare, la realtà documentata è invece che la disoccupazione diminuisce: leggermente, in misura insufficiente, ma diminuisce.

Le statistiche disponibili per misurarla sono due: quella della Seco e quella dell'UST secondo il metodo ILO. Quali differenze ci sono tra le due? La Seco censisce ogni mese tutte le persone che si annunciano a un ufficio regionale di collocamento per cercare lavoro: è una raccolta sistematica. In luglio c'erano in Ticino 5.069 persone immediatamente collocabili (i disoccupati in senso stretto) più altre 3.302 in cerca di lavoro ma, per svariati motivi, non immediatamente collocabili. In totale, quindi, 8.371 cercatori di impiego. Sono tanti. Chi dice che questo dato vuole nascondere chissà quale realtà, non si rende conto di cosa siano più di ottomila persone in difficoltà sul mercato del lavoro.

La seconda statistica (ILO) non è invece una raccolta sistematica di dati, ma un sondaggio telefonico. Ogni trimestre una società specializzata interpella in Ticino un campione di duemila persone fra i 15 e i 74 anni di età, ponendo loro una lunghissima serie di domande. Tra queste ve ne sono tre che riguardano l'occupazione. Nell'ultimo trimestre, con questo sondaggio sono stati conteggiati 71 (sette uno) disoccupati. Rapportati al numero delle persone attive rilevate nel campione, questo dà un tasso di disoccupazione del 6,2%.

Quale delle due statistiche è più affidabile? A noi sembra evidente: la prima. Lo stesso Ufficio federale di statistica che pubblica la seconda avverte di prendere con estrema cautela i dati ILO quando sono riferiti a piccole realtà come quella ticinese. Perché? Perché il margine di errore per il nostro cantone è addirittura del 20%. Senza contare che bastano poche unità di risposte non sincere per far impennare (o crollare) il tasso così determinato. I sondaggisti non hanno in effetti alcun mezzo per verificare se la persona che risponde al telefono dice la verità.
Ripetiamo: anche un disoccupato desideroso di lavorare è un disoccupato di troppo nella nostra società.

Questo non ha però nulla a che vedere con l'affidabilità dei dati della Seco e con la fondatezza delle analisi dell'IRE. La disoccupazione in Ticino è in lieve calo e in luglio il tasso è sceso sotto la media nazionale; ma ci sono ancora ben cinquemila disoccupati, più quasi altre 3.500 persone che cercano un impiego. Perché, in base a quali controverifiche, si sostiene che questa fotografia sarebbe fasulla? E perché mai chi raccoglie questi dati, in modo corretto, e chi li analizza, in modo scientifico, dovrebbe essere allontanato dall'istituto in cui lavora?

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