23/07/2015

La statistica ILO indica una crescita in Svizzera, per la SECO invece il tasso è pressoché stabile

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Ha fatto discutere uno studio pubblicato martedì dal Centro di ricerca congiunturale del Politecnico federale di Zurigo (KOF) in cui si sostiene – in estrema sintesi – che la disoccupazione strutturale in Svizzera sta crescendo. A vedere i dati degli ultimi mesi, anche al netto degli effetti stagionali, sembrerebbe che la situazione sia più rosea del previsto (in attesa dell’ulteriore impatto del superfranco nella seconda parte dell’anno), o comunque non peggiore degli ultimi 10 anni.
«Se si guarda il tasso di disoccupazione fornito mensilmente dalla Segreteria di Stato dell’economia (SECO) non si riesce a cogliere un rialzo significativo del tasso dei senza lavoro negli ultimi anni – spiega Eric Stephani, collaboratore scientifico dell’USTAT (Ufficio ticinese di statistica)–. I dati su cui si basa lo studio del KOF sono però quelli elaborati nella statistica Rifos, secondo i criteri ILO (Organizzazione internazionale del lavoro)».
Uscendo dai tecnicismi, la questione non è complessa: esiste una statistica resa nota dalla SECO che calcola mensilmente quante persone sono iscritte agli Uffici regionali di collocamento e le mette in rapporto alla popolazione attiva. «Questa statistica tiene conto solo di chi si iscrive volontariamente agli uffici di collocamento – precisa Stephani – e ci sono rotture della serie dovute ai cambiamenti legislativi; inoltre non tiene conto dei disoccupati ‘scoraggiati’, cioè quelli che in periodi di forte crisi non si iscrivono agli uffici di collocamento ». Per queste ragioni il KOF usa un altro tipo di statistica: si tratta di un’inchiesta trimestrale su 30 mila persone alle quali viene chiesto se hanno lavorato nelle ultime quattro settimane, se hanno cercato lavoro e se sono disponibili a lavorare.
«Analizzando questo tipo di statistica appare più chiaro che quella discesa del tasso che ci si sarebbe dovuti aspettare l’anno scorso e quest’anno non si è verificata e che l’andamento degli aumenti e delle diminuzioni del tasso ha una tendenza al rialzo», chiarisce Stephani.
Più intuitive le altre conclusioni al quale giunge lo studio del KOF: per chi ha una formazione di basso livello è cresciuto sia il rischio di rimanere senza lavoro, sia quello di non essere occupato. Anche per chi ha una maturità o il diploma magistrale la situazione è peggiorata. A livello di professioni sono particolarmente esposti, fra gli altri, gli impiegati d’ufficio e gli ausiliari.

Il caso del nostro cantone
«Se sugli ultimi aspetti segnalati dal KOF non si può che concordare, guardando anche alla situazione del nostro cantone, quello che sorprende nel nostro caso è la relativa tenuta del mercato del lavoro, anche in una situazione difficile, con un numero di licenziamenti che è rimasto per ora contenuto», spiega Stefano Modenini, direttore dell’Associazione industrie ticinesi (AITI).
Il dato è confermato dalle ultime statistiche della SECO disponibili, che, a fine giugno, avevano segnalato un tasso di disoccupazione in discesa al 3,3%, molto vicino a quello svizzero (3,1%).
Modenini ricorda che nel settore industriale i posti di lavoro sono rimasti pressoché stabili negli ultimi 25 anni: dai 30 mila del 1990 si è passati ai 27 mila di oggi. «Sono però cambiate le forme di lavoro e c’è stata una certa flessibilizzazione: questo in parte ha favorito l’ingresso sul mercato di più persone».
I prossimi anni potrebbero però essere difficili: «La componente dei soggetti poco qualificati continua a essere abbastanza elevata in Ticino e questo potrà creare difficoltà per l’ingresso nel mondo del lavoro nei prossimi anni – avverte Modenini–. Inoltre gli stipendi di partenza di molte professioni qualificate sono scesi molto e c’è il rischio che questo porti a difficoltà sul fronte del tenore di vita per una parte non marginale della popolazione».

VANNI CARATTO

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