24/08/2015

«Credo che nei prossimi anni nei Grigioni, in Ticino e in Vallese circa un terzo degli hotel getteranno la spugna».

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«Sarebbero diverse centinaia a dover chiudere le porte»: così, con una visione dai toni pessimisti, si esprime l’albergatore engadinese Kurt Baumgartner, in un’intervista pubblicata ieri dal domenicale «Schweiz am Sonntag».

«Quasi tutti stanno ansimando a causa di questo franco forte», afferma Baumgartner, il quale possiede tre alberghi a Scuol e che il domenicale definisce «re degli hotel» della Bassa Engadina. Egli dice di basare le sue considerazioni su quanto appreso dai colleghi quale consigliere d’amministrazione dell’organizzazione turistica locale e membro del comitato dell’associazione degli albergatori cantonale.

Nelle regioni di montagna il settore lavora attualmente al 30% circa: «È come se in un’azienda industriale le macchine funzionassero soltanto un giorno su tre», afferma ancora l’albergatore grigionese. Un albergo, precisa, deve lavorare almeno al 50% per sopravvivere.

Secondo Baumgartner, un terzo degli hotel «pensa ancora soltanto mese per mese: e sono proprio questi alberghi a essere in forte pericolo». Per fare un esempio, «a molti di essi verdura e vino vengono ancora consegnati soltanto se pagano in contanti». Un altro terzo, invece, guadagna abbastanza per tirare avanti ma non può investire come vorrebbe, quindi l’offerta difficilmente potrà essere duratura. Solo un terzo dunque degli stabili lavora con profitto e con una prospettiva per l’avvenire.

Gli affari andrebbero invece meglio a Nord, secondo l’analisi dell’esperto. Ad esempio l’Oberland bernese se la cava meglio perché «ci sono più ospiti asiatici, ciò aiuta contro il franco forte». Invece i Grigioni, ma anche Vallese e Ticino «dipendono in gran misura dal mercato europeo».

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