15/05/2017

Le due stime della disoccupazione non si contraddicono ma misurano cose diverse

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@P&G Infograph

Pagina di
Roberto Giannetti

Si dice che i politici usino la statistica come gli ubriachi i lampioni, più per sorreggersi che per illuminare la strada. E ultimamente ci sono state molte diatribe sui dati sulla disoccupazione, vista la grande differenza fra i dati SECO (Segreteria di Stato dell’economia) e quelli dell’Ufficio federale di statistica ILO (basati sulla definizione proposta dall’Organizzazione internazionale del lavoro ILO). Gli ultimi dati disponibili secondo il concetto ILO indicavano nel 4. trimestre 2016 un tasso del 5,9% in Ticino. Invece i dati SECO, sempre per il Ticino, mostravano un tasso del 3,4% in ottobre, del 3,6% in novembre e del 3,9% in dicembre. Il dato SECO per il Ticino mostra una disoccupazione che scende su base annua, e il dato ha raggiunto la media svizzera (per gli ultimi dati SECO relativi al mese di aprile vedi a pagina 24), e la scorsa estate lo ha addirittura superato al ribasso, il che rappresenta una novità storica. Ma anche il dato ILO mostra una situazione in miglioramento. Infatti è sceso dal 6,9% del terzo trimestre 2016 al 5,9% del quarto trimestre. Abbiamo cercato di gettare un po’ di luce su questo tema, intervistando Pau Origoni, direttore dell’Ufficio cantonale di statistica.

Negli ultimi tempi ci sono state molte discussioni su quali siano i dati migliori per misurare la disoccupazione in Ticino, quelli della SECO o quelli dell’ILO. Cosa ne pensa?

«Mi stupisce questa diatriba. Non si tratta di sapere quale di questi dati sia migliore, ma di capire cosa si vuole misurare, visto che le due statistiche misurano cose diverse. Il dato calcolato dalla SECO è estremamente solido e ricco ed è stato creato con uno scopo amministrativo, quello di calcolare in modo molto preciso gli iscritti agli Uffici regionali di collocamento (URC), che conteggiano in modo rigoroso i propri utenti. Per comprendere la dimensione economica della disoccupazione, fenomeno molto complesso, è allora utile riferirsi ai dati ILO. Inoltre, non vi è nessuna base legale che obbliga un disoccupato ad essere iscritto agli URC».

Il dato SECO in Ticino ultimamente è diminuito fortemente avvicinandosi alla media nazionale. Questo dimostra la forza dell’economia ticinese?

«Potrebbe darsi, ma non è detto. Sarebbe discutibile misurare la forza dell’economia cantonale sulla base di un solo indicatore. L’analisi andrebbe estesa a molte altre dimensioni, come per esempio quella dell’occupazione, del PIL, delle commercio estero, dell’innovazione ecc.».

Ma il dato SECO è considerato quello principale per misurare la disoccupazione.

«Direi che è quello più tradizionale, perché ha una lunga storia, dato che si è iniziato a calcolarlo nel 1936 e che per molti anni non c’erano alternative. Si trattava infatti dell’unico dato che dava un’indicazione sull’evoluzione della disoccupazione e in molti cantoni è ancora oggi così. D’altra parte, non tutti i disoccupati si iscrivono a un URC, si tratta di una scelta soggettiva. Uno dei principali incentivi all’iscrizione a un URC è il diritto alle indennità. In questo senso, ci sono degli studi, per esempio dell’Ustat, che hanno dimostrato che alcune categorie di persone sono meno propense a iscriversi o più propense a disiscriversi anche se non hanno trovato un impiego (giovani, donne che si sono ritirate momentaneamente dal lavoro, indipendenti, disoccupati di lunga durata ecc.). Tutte queste realtà sono prese in conto solo parzialmente dal dato SECO. Insomma, il compito di questo dato non è quello di dare un’idea di quello che succede al di fuori degli Uffici regionali di collocamento».

Come ovviare a questo limite?

«Dal 1996 l’Ufficio federale di statistica ha sviluppato uno strumento (con dati validi a livello ticinese solo dal 2002), che è la Rifos, ossia la Rilevazione delle forze di lavoro in Svizzera, che rende disponibili informazioni sul mondo del lavoro e del non-lavoro nel Paese. La Rifos appartiene a una ‘famiglia di fonti’ che è diffusa a livello europeo da circa 20 anni e sonda la situazione della popolazione residente permanente, attraverso un rilevamento campionario che permette di sapere se una persona sia disoccupata o meno, anche se non è iscritta ad un URC. Sono considerate disoccupate le persone che, la settimana precedente all’indagine, rispondono di non aver lavorato nemmeno un’ora, di aver cercato attivamente un impiego e di essere immediatamente disponibili ad assumerne uno. Questi sono i tre elementi fondamentali alla base della definizione internazionale di disoccupato. Per esempio chi cerca lavoro ma ha dei bambini da accudire per i prossimi sei mesi nella statistica ILO non viene definito disoccupato, poiché non è ritenuto immediatamente disponibile».

Quindi lei preferisce il dato ILO?

«Non si tratta di una questione di preferenze. I due dati sono validi e complementari: quello prodotto dalla Rifos offre una definizione più ampia, quello della SECO una definizione legata al concetto di disoccupazione previsto dalla LADI. Il primo è quindi più aderente del fenomeno della disoccupazione in termini economici. Questo significa che la definizione non è vincolata a fattori come il cambiamento di una legge».

Ma al dato ILO si ‘rimprovera’ di essere costruito su un sondaggio e quindi di essere impreciso.

«Non è esattamente così. È vero che un sondaggio campionario ha i suoi limiti, ma possiamo misurare il grado di precisione dei risultati e utilizzare altri indicatori per valutarne la validità. Inoltre, su un piano metodologico la Rifos è estremamente solida. Oltre alle definizioni, che hanno natura economica, si basa su un questionario molto complesso, con interviste ogni anno a 120 mila persone in Svizzera, di cui 8 mila in Ticino. Si tratta di un campione aleatorio stratificato, consistente e rappresentativo. La prima intervista impegna i partecipanti, selezionati in modo casuale, per circa 45 minuti. Poi dalla Rifos si estraggono il dato sulla disoccupazione ai sensi dell’ILO e anche il dato sugli occupati: quindi se non è buono l’uno non è buono neanche l’altro. Per giunta, il dato Rifos sui disoccupati è molto vicino ai dati calcolati da altre fonti ufficiali e indipendenti. Inoltre, va tenuto conto che la Rifos ha una definizione molto restrittiva di disoccupato, perché se una persona ha lavorato almeno un’ora nella settimana di riferimento, viene classificata come occupata».

Ma in Ticino il dato ILO ha un margine di errore del 20%. Non è un po’ troppo per essere utilizzabile?

«Questo scarto, che si riferisce al dato trimestrale, può apparire elevato. Se però consideriamo il tasso di disoccupazione su base annua, che per il Ticino è del 6,5% (2015), il margine di errore scende al 14%. Questo significa che il tasso reale è compreso (con una probabilità del 95%) tra il 5,6% e il 7,4%. Va poi considerato che la sequenza dei dati stimati in più anni dimostra che la statistica ha una sua robustezza, visto che i dati evolvono con una certa regolarità e senza sbalzi repentini».

Ma la validità delle indagini campionarie è scientificamente provata?

«L’idea di dare un’accezione negativa al concetto di sondaggio è sbagliata, perché c’è sondaggio e sondaggio. La Rifos, che fa parte delle statistiche ufficiali della Confederazione, è un’indagine campionaria molto affidabile, perché viene svolta con una metodologia sofisticata, basata su standard internazionali e in totale trasparenza (tutto è documentato e disponibile online). Ci sono però sondaggi che hanno scarso valore, ma questo non concerne la statistica pubblica. È peraltro interessante rilevare che le metodologie campionarie vengono usate nei più svariati ambiti, come per esempio la ricerca epidemiologica, quella farmacologica, e via dicendo».

Come mai a volte i due dati hanno tendenze diverse?

«In modo un po’ semplificato, il dato ai sensi dell’ILO include i disoccupati iscritti agli URC e quelli non iscritti, mentre il dato SECO unicamente gli iscritti. Se per esempio la disoccupazione secondo la SECO cala mentre quella secondo la Rifos aumenta, quello che possiamo dire è che cala il numero di iscritti mentre aumenta al contempo il numero di non iscritti».

Ma ci sono altri dati che misurano la disoccupazione?

«Certo, anche il Censimento federale della popolazione offre dati sulla dimensione lavorativa e, quindi, sul numero di disoccupati e il rispettivo tasso. In passato il Censimento comportava una raccolta dati esaustiva. Dal 2010, disponiamo di dati annuali prodotti dalla Rilevazione strutturale, una delle indagini campionarie del nuovo Censimento e che si basa su un’autodichiarazione. Il dato che ne esce è molto più simile al dato ILO che a quello SECO, anzi è leggermente più alto (7,2% nel 2015), con un margine di errore più contenuto. E questo dato è disponibile per tutti i cantoni, i quali hanno sistematicamente un dato più alto di quello SECO».

* direttore dell’Ufficio cantonale di statistica

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