17/07/2015

La revoca del tasso di cambio minimo per l’euro, esattamente sei mesi fa, da parte della Banca nazionale svizzera (BNS) ha messo sotto pressione il mercato del lavoro nelle regioni di confine. Il rischio di dumping salariale è tuttavia differente a seconda che ci si trovi in Ticino, a Basilea e dintorni o sulle rive del Lago Lemano.
Alla fine del 2014 il numero dei frontalieri in Svizzera si attestava a 291 mila, pari al 5,8% della popolazione attiva totale, secondo i dati contenuti nell’11. Rapporto sulla libera circolazione delle persone pubblicato il mese corso dalla Segreteria di Stato dell’economia (SECO). Il 52% proveniva dalla Francia, il 24% dall’Italia e il 20% dalla Germania. Con il 27%, il Ticino conta la proporzione maggiore rispetto alla forza lavoro complessiva, seguito da Ginevra (20%) e Basilea Città (19%).
La pressione sui salari si è accentuata con lo «shock della BNS», visto che per le aziende si tratta di un metodo rapido ed efficace. In questo contesto alcune imprese hanno agito contro il «guadagno da cambio» realizzato dai frontalieri, di cui hanno tagliato fino a un quarto del salario nominale.
Il direttore della Camera di commercio Cantone Ticino (CC-TI), Luca Albertoni, chiarisce: «La maggior parte delle ditte ha adottato altre misure per evitare di dover toccare il personale».
Lo stimolo a lavorare dall’altra parte della frontiera è tanto più forte quanto è sfavorevole il mercato locale. In Lombardia il tasso di disoccupazione supera l’8% e il reddito mediano disponibile per abitante ammonta a 1.700 euro al mese.
«In Svizzera tedesca la buona salute economica della Germania ha senza dubbio esercitato un influsso positivo, mentre in Ticino il cattivo andamento congiunturale dell’Italia potrebbe aver svolto un ruolo sfavorevole», sostiene la SECO. La regione del Lemano rappresenta un’eccezione: lo stipendio dei frontalieri è in media superiore a quello dei residenti.
Il Canton Ticino è la regione con i maggiori divari salariali tra frontalieri e manodopera locale, a sfavore dei primi. Già alto al momento dell’entrata in vigore dell’accordo con l’Unione europea sulla libera circolazione delle persone nel 2002, questo scarto è poi aumentato costantemente, fino a raggiungere l’11,9% nel 2012.

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