21/07/2015

Un’inchiesta AWP mostra che molte aziende sono pronte a tagliare posti o a delocalizzare

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Le imprese elvetiche si apprestano ad adottare nuove misure per ridurre i propri costi a sei mesi dall’abolizione del tasso di cambio minimo per l’euro da parte della Banca nazionale svizzera. Seguendo con ansia l’evoluzione del franco rispetto alla valuta comunitaria europea le aziende potrebbero sopprimere altri impieghi o delocalizzare una parte delle loro attività all’estero, ritengono gli economisti interrogati dall’agenzia AWP.
«Molte ditte avevano pensato di poter consolidare i propri affari nel 2015, ma sono state prese alla sprovvista » dalla decisione della BNS del 15 gennaio scorso di voler abbandonare la soglia di cambio minima di 1,20 franchi per un euro, spiega il capoeconomista dell’organizzazione padronale dell’industria meccanica, elettrotecnica e metallurgica Swissmem, Jean-Philippe Kohl.
Negli ultimi sei mesi la valuta elvetica si è apprezzata di quasi il 13% rispetto all’euro e il corso di quest’ultimo si muove sugli 1,04-1,05 franchi, aumentando la pressione sull’export elvetico e sull’economia svizzera.
Secondo le statistiche del sindacato Unia, 35 aziende hanno cancellato migliaia di posti di lavoro a causa del tasso di cambio. Non sono stati tanto i grandi gruppi a procedere ad adeguamenti importanti, quanto piuttosto società di media taglia come Zehnder (320 impieghi soppressi), Siemens Svizzera (150) e Wicor (pure 150).
«Certe imprese che hanno presto annunciato una riduzione degli effettivi avevano già progetti in questo senso e li hanno tirati fuori dal cassetto » dopo la decisione della BNS, sottolinea il capoeconomista di UBS Daniel Kalt. «Una nuova ondata di tagli – avverte – potrebbe verificarsi in autunno quando le ditte stabiliranno i loro budget per il 2016». Secondo Kalt «la pressione è particolarmente forte tra i piccoli subappaltatori », ma anche nel commercio al dettaglio delle regioni di confine e nel turismo.
«L’industria rischia di soffrire pesantemente se il tasso di cambio si manterrà sui livelli attuali per altri 12-18 mesi», ammonisce il capoeconomista dell’istituto di ricerche economiche che BAKBasel, Martin Eichler, secondo cui «le società non possono reggere all’infinito e devono prendere in considerazione delocalizzazioni all’estero o decisioni ancor più difficili».
Una tendenza confermata da Kohl, per il quale i membri di Swissmem risentono particolarmente della situazione attuale: «Con un corso di 1,05 franchi per un euro un’impresa su sei prevede di spostare almeno una parte delle proprie attività. Se il tasso di cambio resterà ancora su questi livelli per svariati mesi un terzo delle aziende prenderà la decisione (di delocalizzare) entro la fine dell’anno e applicherà le misure nel 2016», presagisce Kohl. «Le commesse – aggiunge – cominceranno a mancare e le ditte ricorreranno sempre più alla disoccupazione parziale », avendo già ottimizzato i propri processi e ridotto i prezzi.
Diversi indicatori confermano queste costatazioni. Secondo l’ultimo sondaggio di Credit Suisse e Switzerland Global Enterprise (l’ente di promozione economica all’estero della Confederazione) solo il 25,7% delle piccole e medie imprese interrogate si aspettano un aumento delle esportazioni. Nel primo trimestre l’export dell’industria meccanica, elettrotecnica e metallurgica elvetica è diminuito dell’1,4% a livello mondiale e del 4,9% verso l’Unione europea.
Il barometro congiunturale del Centro di ricerca del Politecnico federale di Zurigo (KOF), che descrive le prospettive economiche nei prossimi sei mesi, è sceso il mese scorso al suo livello più basso dal dicembre 2011. La Svizzera dovrebbe ritrovarsi in lieve recessione alla fine del secondo trimestre, stando agli specialisti. Tra aprile e giugno il prodotto interno lordo (PIL) dovrebbe attestarsi al –0,1%, dopo il –0,2% dei primi tre mesi dell’anno. Questa «recessione tecnica» dovrebbe però rivelarsi di breve durata, con il PIL che dovrebbe tornare all’equilibrio nel terzo trimestre e accelerare in seguito per generare una crescita dello 0,5% per l’intero 2015. L’anno prossimo – rileva il capoeconomista di UBS – il PIL dovrebbe rafforzarsi, con un previsto +1,1%.
Quanto ai cambi, BAKBasel si attende che il franco si indebolisca entro la fine dell’anno a 1,08 o perfino a 1,10 per un euro. Il centro di ricerca attenua inoltre la portata del rallentamento congiunturale, che dovrebbe risultare un fenomeno passeggero grazie a un’economia mondiale in ripresa.
«L’economia dovrebbe assorbire lo shock e la domanda interna accelerare », sostiene Eichler.
Il quadro non è poi così fosco, con taluni settori che perfino approfittano dell’apprezzamento del franco. È il caso della costruzione, degli importatori  del commercio al dettaglio, anche se quest’ultimo è confrontato con il turismo degli acquisti. Gli sconti concessi nei negozi vanno a beneficio dei clienti: ciò accresce il loro potere d’acquisto, cosa che a sua volta incide positivamente sulla domanda interna, spiega il capoeconomista di BAKBasel

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