Disoccupati, statistiche e polemiche

25/08/2016 00:00

Quello della disoccupazione è un terreno minato, sul quale, dopo gli sconquassi finanziari del 2007-2008, è divenuto praticamente impossibile discutere in termini razionali

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di FABIO PONTIGGIA - Preoccupa il silenzio con cui vengono accolti gli attacchi politici contro istituti di ricerca e di statistica economica. È una deriva pericolosa. Dove sono finiti i difensori della libertà e dell'autonomia della ricerca? Hanno forse paura di far sentire la loro voce?
Sotto tiro, negli ultimi tempi, sono in particolare le statistiche sulla disoccupazione. I dati raccolti ogni mese dagli Uffici regionali di collocamento e pubblicati dalla Segreteria di Stato dell'economia (Seco) non confortano le tesi sostenute da diversi politici; ma anziché riesaminare criticamente queste tesi e domandarsi se non ci sia per caso qualcosa che in esse non regge, questi stessi politici sostengono che i dati pubblicati dalla Seco sono fasulli, che gli economisti che li prendono per buoni farebbero bene a cambiare mestiere perché vivono fuori dalla realtà e che gli istituti che li accreditano (come ad esempio l'IRE in Ticino) non dovrebbero più essere finanziati.

Quello della disoccupazione è un terreno minato, sul quale, dopo gli sconquassi finanziari del 2007-2008, è divenuto praticamente impossibile discutere in termini razionali. In parte è comprensibile, perché la dura realtà con cui deve fare i conti chi perde il lavoro e chi non lo trova ha implicazioni umane e sociali molto pesanti. Anche un solo disoccupato, desideroso di lavorare, è un disoccupato di troppo in una società sviluppata come la nostra. Tutto deve quindi essere messo in atto affinché egli possa uscire dalla disoccupazione e ritrovare la sua autonomia economica. Il dibattito politico dovrebbe proprio avere questo scopo.
E invece si mettono in discussione addirittura le basi conoscitive del mercato del lavoro e in particolare della realtà della disoccupazione, perché, come detto, i dati che ne scaturiscono non confortano certe tesi e certe teorie. La teoria è che i disoccupati continuano ad aumentare, la realtà documentata è invece che la disoccupazione diminuisce: leggermente, in misura insufficiente, ma diminuisce.

Le statistiche disponibili per misurarla sono due: quella della Seco e quella dell'UST secondo il metodo ILO. Quali differenze ci sono tra le due? La Seco censisce ogni mese tutte le persone che si annunciano a un ufficio regionale di collocamento per cercare lavoro: è una raccolta sistematica. In luglio c'erano in Ticino 5.069 persone immediatamente collocabili (i disoccupati in senso stretto) più altre 3.302 in cerca di lavoro ma, per svariati motivi, non immediatamente collocabili. In totale, quindi, 8.371 cercatori di impiego. Sono tanti. Chi dice che questo dato vuole nascondere chissà quale realtà, non si rende conto di cosa siano più di ottomila persone in difficoltà sul mercato del lavoro.

La seconda statistica (ILO) non è invece una raccolta sistematica di dati, ma un sondaggio telefonico. Ogni trimestre una società specializzata interpella in Ticino un campione di duemila persone fra i 15 e i 74 anni di età, ponendo loro una lunghissima serie di domande. Tra queste ve ne sono tre che riguardano l'occupazione. Nell'ultimo trimestre, con questo sondaggio sono stati conteggiati 71 (sette uno) disoccupati. Rapportati al numero delle persone attive rilevate nel campione, questo dà un tasso di disoccupazione del 6,2%.

Quale delle due statistiche è più affidabile? A noi sembra evidente: la prima. Lo stesso Ufficio federale di statistica che pubblica la seconda avverte di prendere con estrema cautela i dati ILO quando sono riferiti a piccole realtà come quella ticinese. Perché? Perché il margine di errore per il nostro cantone è addirittura del 20%. Senza contare che bastano poche unità di risposte non sincere per far impennare (o crollare) il tasso così determinato. I sondaggisti non hanno in effetti alcun mezzo per verificare se la persona che risponde al telefono dice la verità.
Ripetiamo: anche un disoccupato desideroso di lavorare è un disoccupato di troppo nella nostra società.

Questo non ha però nulla a che vedere con l'affidabilità dei dati della Seco e con la fondatezza delle analisi dell'IRE. La disoccupazione in Ticino è in lieve calo e in luglio il tasso è sceso sotto la media nazionale; ma ci sono ancora ben cinquemila disoccupati, più quasi altre 3.500 persone che cercano un impiego. Perché, in base a quali controverifiche, si sostiene che questa fotografia sarebbe fasulla? E perché mai chi raccoglie questi dati, in modo corretto, e chi li analizza, in modo scientifico, dovrebbe essere allontanato dall'istituto in cui lavora?

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Lavoro Last minute per il tirocinio

03/08/2016 00:00

Sono ancora molti i giovani alla ricerca di un posto per svolgere l’apprendistato Tra i servizi cantonali offerti vi è anche il sostegno al collocamento del DECS

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© Keystone

Nel pieno delle vacanze scolastiche estive, per molti giovani si avvicina l’inizio del tirocinio e i servizi cantonali di tutta la Svizzera tentano di orientare i giovani che non hanno ancora trovato la loro strada professionale. In Svizzera romanda sono molte le offerte «last minute» proposte dai Cantoni durante i mesi estivi. Una soluzione per mettere in contatto le imprese e i giovani che ancora non hanno trovato un posto di tirocinio a poche settimane dalla ripresa delle scuole professionali.

Nel Canton Friburgo questo servizio «last minute», nato nel 2014, propone anche consigli personalizzati con degli specialisti. «I giovani che si presentano solitamente non hanno alcuna soluzione in vista e la risposta che ricevono è sempre la stessa: non ci sono posti disponibili», spiega Marine Ding, psicologa e consigliere in formazione del servizio friburghese.

Molto spesso è necessario pensare a un «piano B», perché i desideri professionali dei giovani non sono sempre realizzabili. A influire sono in alcuni casi le note scolastiche, in altri la causa è il numero limitato dei posti d’apprendistato. Ma le alternative possono essere molteplici, «Un pre-apprendistato, uno stage di lunga durata oppure un anno alla pari. Tante volte i giovani non conoscono queste possibilità e si sentono confortati sapendo che magari non si ritroveranno senza occupazione al mese di settembre».

I sindacati accolgono favorevolmente questa iniziativa. Tuttavia avvertono: per rappresentare un plus-valore per i giovani questi stage devono assolutamente avere una componente legata alla formazione professionale. «Esiste infatti il rischio di un impiego sottopagato e non coperto da un contratto collettivo di lavoro, in particolare nel caso di stage a lunga durata», indica Laura Perret, segretaria centrale dell’Unione sindacale svizzera (USS).

Anche il Canton Vaud propone ai giovani un’offerta «last minute». Il servizio esiste già da qualche anno, ma non propone consigli in formazione, è piuttosto una piattaforma di contatto tra i giovani e le imprese.

A Ginevra, l’ufficio per l’orientamento professionale organizza durante tutto l’anno delle «assunzioni in diretta» per mettere in contatto tra loro i candidati all’apprendistato e i datori di lavoro; una ventina di eventi sono stati organizzati nel 2016, in cui si sono svolti oltre 2.000 incontri, indica Erwin Fischer, direttore dell’ufficio ginevrino. Attualmente sono circa 600 i posti vacanti: «Ma la maggior parte dei processi di assunzione sono già in corso» sottolinea Fischer.

A fine luglio il servizio «last minute» offerto dal Canton Friburgo aveva ricevuto 122 richieste, ma dei 50 giovani che si sono presentati per dei colloqui uno solo ha indicato di aver trovato un lavoro. Tuttavia la maggior parte dei giovani non dà più notizie all’agenzia dopo aver trovato un’occupazione. «È ancora presto per tirare un bilancio», sottolinea la psicologa del servizio friburghese.

I posti di apprendistato più ambiti dai giovani in cerca di un tirocinio sono da individuare nel ramo della sanità e della socialità, dell’informatica o come impiegati di commercio. Tuttavia, alcuni settori come l’agricoltura e l’edilizia offrono ancora molte possibilità di lavoro che i giovani non sembrano disposti a voler occupare.

In Ticino il DECS offre un sostegno al collocamento per i ragazzi nati tra il 1997 e il 2000 che non hanno ancora trovato un posto di tirocinio. «Il Cantone propone inoltre diverse soluzioni ai giovani ancora in cerca di lavoro. Attraverso il portale Internet www.orientamento.ch vengono inseriti gli annunci dei posti di tirocinio ancora disponibili. Il sito fornisce consigli utili e degli strumenti adatti per i ragazzi che si trovano a compiere delle scelte importanti», spiega al CdT Claudia Sassi, direttrice aggiunta della Divisione della formazione professionale.

ATS/LF

Inoltre «per chi non riesce a trovare un apprendistato il Cantone offre alcune alternative, in particolare il pretirocinio di orientamento: un anno supplementare di scuola e di formazione in cui si forniscono ai giovani degli strumenti di accompagnamento per aiutarli a maturare una scelta e indirizzarli verso una professione adatta alle loro qualità e ai loro interessi».

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Disoccupati, frontalieri e 9 febbraio

27/07/2016 00:00

Nei giorni scorsi la segreteria di Stato dell'Economia ha comunicato che il tasso di disoccupazione in Ticino ha raggiunto quello medio nazionale

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di VANNI CARATTO - Nei giorni scorsi la segreteria di Stato dell'Economia ha comunicato che il tasso di disoccupazione in Ticino, dopo una lunga rincorsa, ha raggiunto per la prima volta da 25 anni quello medio nazionale (in giugno erano entrambi al 3,1%), dando l'idea di un cantone che ha ingranato la quarta, mentre il resto della Svizzera arranca. Purtroppo non è così. Le ragioni di questo exploit potrebbero piuttosto avere a che fare con la votazione del 9 febbraio 2014 contro l'immigrazione di massa. Pare che da allora diversi imprenditori ticinesi si siano in parte già adeguati al voto popolare, favorendo di più i disoccupati locali e meno i frontalieri. Un fenomeno che non trova tra l'altro riscontro negli altri cantoni con alta presenza di frontalieri.
Due indizi supportano questa ipotesi: nei mesi successivi alla votazione del 9 febbraio il trend di crescita dei frontalieri in Ticino si è andato stabilizzando, dopo molti anni di crescita. Allo stesso tempo il numero dei disoccupati nelle liste degli uffici regionali di collocamento del Cantone si è andato via via assottigliando.

I frontalieri erano 56.213 nel primo trimestre del 2013, 62.263. nel secondo trimestre del 2014. Dopo un picco alla fine di quell'anno, la cavalcata ormai pluriennale si è improvvisamente fermata: nel primo trimestre 2016 il numero è ancora pressoché stabile a 62.647. Eppure, nonostante un'economia stagnante, gli occupati sono continuati a salire: crescevano dell'1,3% nel 2013, dello 0,7% nel 2014 e continuavano a crescere dello 0,6% anche nel 2015.

Nel frattempo i disoccupati totali, che ancora salivano di 243 unità nel 2013, hanno cominciato a scendere di 451 unità nel fatidico anno 2014 e addirittura di 635 unità nel 2015. E in questo caso il dato non è influenzato da chi ha esaurito il diritto alla disoccupazione: nel 2014 questo gruppo ammontava a 2.562 unità, nel 2015 a 2.437 e quest'anno (proiettando i dati sull'intero anno) a 2.300 circa. Il trend è in discesa, non in aumento.

Nello stesso periodo i permessi B continuavano a crescere. Ma questo è un fenomeno in corso da tempo e che quindi non incide con il cambio di scenario.

Tutti gli indizi portano dunque a ipotizzare che le imprese ticinesi abbiano cominciato ad assumere un po' di meno frontalieri e un po' di più disoccupati dagli uffici regionali di collocamento. Nei numeri piccoli del Ticino è bastato un assorbimento di 500-700 persone in più per far scendere la disoccupazione a livelli «svizzeri»: un risultato che si ottiene con il cambio della politica di assunzione di una parte delle imprese, non della totalità.

Ma se davvero fosse questo il motivo della discesa della disoccupazione nel cantone, perché questi imprenditori hanno deciso da un certo momento in avanti di assumere più disoccupati residenti e meno frontalieri?

Andiamo per esclusione. Primo: certo non perché d'improvviso è calata l'offerta di lavoratori dall'estero. Nonostante una timida ripresa economica in Italia (nostro principale bacino di utenza), persone disposte a venire a lavorare in Ticino per uno stipendio che oltre frontiera riuscirebbero difficilmente ad ottenere se ne trovano sempre.

Secondo: nessuna legge ha obbligato gli imprenditori ad assumere più locali (alcune norme ora lo prevedono per avere accesso a fondi pubblici, ma non possono aver inciso per il passato).
L'unica risposta plausibile sembra quindi che gli imprenditori abbiano deciso liberamente di assumere più locali e meno frontalieri.

Che lo abbiano fatto dal 2014 in poi fa sorgere qualche sospetto.

Il 9 febbraio del 2014, alla votazione «Contro l'immigrazione di massa», passata a livello nazionale con il 50,3% di sì, i ticinesi avevano plebiscitato l'iniziativa con il 68,2% di voti favorevoli (la percentuale più alta di tutta la Svizzera), mentre cantoni con forte presenza di frontalieri come Ginevra, Vaud e Neuchâtel avevano raggiunto percentuali molto meno elevate (rispettivamente 39%, 38,9%, 39,3%). Anche se era nell'aria un risultato di quel tipo, per molti imprenditori è stato comunque uno shock. E il dibattito che è seguito ha aggiunto benzina sul fuoco. Può aver questo influenzato le scelte nelle politiche di assunzione? Altro indizio: sono stati i disoccupati stranieri ad essere maggiormente riassorbiti nel mondo del lavoro, cioè una classe di lavoratori più «simili» come profilo e qualificazione a quella rappresentata solitamente dai frontalieri.

Se la tesi trovasse conferma, sarebbe una buona notizia per la politica: il «freno» all'immigrazione di massa in Ticino – almeno per quello che riguarda i frontalieri – per certi versi c'è già stato. E senza creare grattacapi a Berna o maldipancia a Bruxelles.

Anche per la statistica sulla disoccupazione il risultato è senza dubbio positivo. Sarebbe interessante sapere se dà soddisfazione anche a quel 68,2% di ticinesi che ha votato sì il 9 febbraio 2014.

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Al cantone serve il contributo delle donne

14/07/2016 00:00

La presenza femminile nelle commissioni e nei gruppi di lavoro extraparlamentari si attesta al 22,3% con un aumento di 3,3% - Non raggiunto l'obbiettivo del 30% fissato dalla legge

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BELLINZONA - La presenza delle donne nelle commissioni e nei gruppi di lavoro extraparlamentari del Canton Ticino si attesta oggi al 22,3% con un aumento di 3,3% rispetto alla fine dell'ultimo quadriennio; il miglioramento – ottenuto anche grazie a una campagna di sensibilizzazione – non ha tuttavia permesso di raggiungere l'obiettivo del 30%, fissato dalla legge. Lo comunica oggi la Cancelleria dello Stato del canton Ticino. 

Lo scorso anno la Cancelleria dello Stato – tramite l'Ufficio legislazione e pari opportunità – ha promosso una campagna di sensibilizzazione in vista del rinnovo di commissioni e gruppi di lavoro, per promuovere una maggiore partecipazione femminile in questi organismi fondamentali per il funzionamento del Cantone. A rinnovo ultimato, la presenza delle donne nelle commissioni per il periodo 2016/2019 si attesta ora al 22,3% con un aumento di 3,3% punti rispetto al quadriennio precedente. L'importante lavoro di sensibilizzazione non ha tuttavia permesso di raggiungere l'obiettivo fissato dalla legge, ossia una equa presenza di donne e uomini – per un minimo pari al 30% del totale – in tutte le commissioni e i gruppi di lavoro.

In oltre la metà dei consessi considerati la percentuale di presenza femminile è rimasta inferiore al 20% e fra i Dipartimenti ai quali si riferiscono le commissioni rimangono differenze significative. I Dipartimenti della sanità e socialità (28,8%) e delle istituzioni (29,3%) e la Cancelleria dello Stato (28,5%) si avvicinano alla soglia del 30%, mentre la presenza femminile è nettamente più bassa per quanto riguarda il Dipartimento delle finanze e dell'economia (16,8%) e il Dipartimento del territorio (10,6%). Il miglioramento della presenza femminile ha ad ogni modo interessato tutti i Dipartimenti, e in modo particolare il Dipartimento delle istituzioni (+7%) e il Dipartimento delle finanze e dell'economia (+6%) che hanno registrato gli aumenti più importanti.

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Urne Dumping e «I nostri», la palla al popolo

23/06/2016 00:00

Sulle due iniziative, che riguardano il mercato del lavoro ticinese, si andrà alle urne quest’autunno Il Gran Consiglio non accoglie i testi originali, ma suggerisce delle varianti alternative «meno invasive»

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GIANNI RIGHINETTI E MICHELLE CAPPELLETTI

Due iniziative popolari che hanno generato due controprogetti. Destino comune ieri in Gran Consiglio per la proposta dell’UDC «Prima i nostri» e dell’MPS «Basta con il dumping salariale in Ticino». I proponenti si sono battuti per rinviare la discussione dopo l’estate, un po’ anche perché se il Governo procederà celermente i ticinesi saranno chiamati alle urne domenica 25 settembre. Una mossa tentata per evitare di doversi lanciare in campagna già in agosto, quando molti saranno vacanza. Ma la maggioranza ha deciso altrimenti, accogliendo per entrambi i temi la clausola dell’urgenza (a causa di un ritardo formale nella presentazione dei rapporti). Così, se non sarà per settembre, certamente il 27 novembre i cittadini diranno la loro. E sin d’ora si preannuncia battaglia, dato che, nei due casi, ad avere la meglio è stata una controproposta e non l’originale. Ma alle urne i cittadini potranno esprimersi liberamente, optando per una o per l’altra soluzione che intervengono a livello di mercato del lavoro. L’iniziativa costituzionale «Prima i nostri» era stata lanciata dall’UDC a seguito del voto del 9 febbraio 2014 e aveva raccolto 10.991 firme. L’obiettivo è favorire i ticinesi e i residenti nell’accesso al mercato del lavoro. In aula però l’ha spuntata il controprogetto di PPD-PLR con 34 sì e 26 no. Nella Lega si è registrato un voto a macchia di leopardo. La soluzione alternativa non stravolge l’iniziativa, ma la stempera perché ritenuta disordinata e burocratica.

All’iniziativa dell’MPS «Basta con il dumping salariale in Ticino», che risale al 10 ottobre 2011 (7.570 le firme valide) è stato preferito con 60 sì (PLR, Lega, PPD e PS), 7 no e 1 astensione il controprogetto che ne ha modificato anche il nome. È stato ribattezzato «Nuova legge per il rafforzamento del mercato del lavoro». Anche la soluzione di compromesso tende a combattere gli abusi salariali, ma presenta una fattura meno cara per la sua applicazione. Per dirla in breve è una soluzione da 10 milioni di franchi (su 4 anni), che riduce da 96 a 35 unità il potenziamento dell’ispettorato del lavoro. L’MPS, alla fine, ha raccolto solo il sostegno dei Verdi.

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Mercato del lavoro: in Ticino è atteso un miglioramento

15/06/2016 00:00

A livello regionale una maggiore propensione ad assumere è rilevata nella Svizzera orientale, a Zurigo e nel nostro cantone

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© Keystone

ZURIGO - Il mercato del lavoro elvetico si presenterà poco dinamico nel terzo trimestre: lo segnala il barometro di Manpower, che mette peraltro in luce forti differenze regionali e settoriali. In Ticino è atteso un miglioramento.

A livello elvetico il 5% delle 750 imprese interrogate nell'ambito di un sondaggio intende assumere personale nel periodo luglio-settembre, il 6% punta a ridurre l'organico, l'87% non prevede cambiamenti e il 2% non è in chiaro sul tema. Dopo la correzione delle variazioni stagionali la "previsione netta sull'occupazione" risulta essere dello 0%, informa un comunicato odierno la multinazionale specializzata nelle risorse umane. Il dato è di 1 punto inferiore a quello dell'ultimo rilevamento, mentre sull'arco di un anno il calo è di 2 punti.

I rami più ottimisti sono quelli della finanza e servizi (+10%), dei trasporti (+3%), della costruzione (+2%), dell'industria (+2%) e dell'energia (+5%). Regna per contro il pessimismo nell'agricoltura (-1%), nell'industria estrattiva (-2%), nel comparto alberghiero e dalla ristorazione (-2%), nel sociale (-2%) e nel commercio (-3%).

A livello regionale una maggiore propensione ad assumere è rilevata nella Svizzera orientale (+9%), a Zurigo (+7%) e in Ticino (+3%): dopo due trimestri negativi di seguito il cantone a sud delle Alpi offre l'aumento più forte (+6 punti percentuali). In netto calo è per contro la regione del Lemano (-6%).

Interessante, anche in un'ottica ticinese, è lo sguardo al di là della frontiera. Dopo il Brasile (-15%) la Svizzera è infatti con l'Italia il paese con la previsione netta sull'occupazione più bassa fra i 42 paesi presi in considerazione da Manpower. A titolo di confronto la Germania è a +4% e la Francia a +2%. La graduatoria è capeggiata da India (+35%) e Giappone (+22%), mentre gli Usa sono a +15%.

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Disoccupazione Ora il Ticino marca stretto la Svizzera

13/05/2016 00:00

Il tasso dei senza lavoro ad aprile scende al 3,6% nel cantone

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Segnali di miglioramento sul fronte del mercato del lavoro in Svizzera e in Ticino. Nella Confederazione la disoccupazione è scesa in aprile al 3,5% dal 3,6% di marzo. I disoccupati registrati presso gli uffici regionali di collocamento erano 149.540, in calo di 5.784 unità rispetto al mese precedente. Il dato è comunque peggiore di quanto registrato un anno prima: nell’aprile del 2015 il tasso nazionale era al 3,3%, l’aumento è di 8.409 disoccupati (+6%), informa un comunicato della Segreteria di Stato dell’economia.

In Ticino la disoccupazione ad aprile è scesa al 3,6% (–0,3 punti sul mese precedente). Al contrario del dato nazionale, nel nostro cantone c’è un miglioramento anche rispetto ad un anno prima: rispetto ad aprile del 2015 si registra un calo di 0,1 punti.

Guardando agli altri cantoni, nei Grigioni il tasso si è attestato al 2,3% (+0,6 rispetto a marzo; +0,1 rispetto ad aprile 2015). La percentuale più alta di senza lavoro è stata registrata a Neuchâtel (5,8%), Ginevra (5,5%) e Vaud (5,0%) e la più bassa a Uri, Obvaldo, Nidvaldo e Appenzello Interno (1,1%).

I dati diffusi ieri dalla SECO indicano inoltre che il numero di giovani disoccupati (15-24 anni) è diminuito di 1.036 unità (–5,5% mensile) a un totale di 17.871 (+2,2% annuo). Complessivamente le persone in cerca d’impiego registrate erano nel periodo in rassegna 210.926, 7.261 in meno rispetto a marzo e 11.580 in più nel raffronto con aprile 2015.

Lavoro ridotto

La SECO ha pubblicato anche le cifre relative al lavoro ridotto, che riguardano però il mese di febbraio. Il fenomeno ha interessato 6.026 persone, 350 in più (+6,2%) rispetto a gennaio. Il numero delle aziende colpite è aumentato di 71 unità (+12,1%), a 660.

Secondo dati provvisori forniti dalle casse di disoccupazione, nel corso del mese di febbraio le persone che hanno esaurito il diritto alle prestazioni dell’assicurazione contro la disoccupazione sono state 3.072.

A sud delle Alpi

Per quanto riguarda il Canton Ticino, in termini assoluti la diminuzione più consistente del numero di disoccupati si è registrata nelle professioni alberghiere e dell’economia domestica (–199 unità; –16,3%).

Da segnalare anche le variazioni che hanno interessato le professioni dell’edilizia (–65 unità; –10,9%), il settore agricoltura, selvicoltura e allevamento (–36 unità; –24,3%) e le professioni commerciali e amministrative (–32 unità, –3,9%).

Durante il mese di aprile tutti i distretti in cui è suddiviso il territorio cantonale hanno conosciuto una diminuzione, più o meno importante, del numero di disoccupati, che si è tradotta in una riduzione del tasso di disoccupazione compresa tra 0,1 e 0,5 punti percentuali; unica eccezione il distretto di Vallemaggia, dove la situazione è rimasta invariata.

I distretti della Riviera (4,8%), di Bellinzona (4,5%) e della Leventina (4%) sono quelli più colpiti dal fenomeno dei senza lavoro, con un tasso di disoccupazione che risulta superiore a quello cantonale (3,6 %).

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Negozi, prende forma il salario minimo

25/04/2016 00:00

Contratto collettivo nel settore della vendita: tra 3.400 e 3.600 il reddito di base al vaglio delle parti sociali

Solo con un contratto collettivo i negozi potranno tenere aperto sino alle 19 in settimana e alle 18.30 il sabato.

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© Maffi

BELLINZONA - Prende forma il contratto collettivo di lavoro (CCL) per il settore del commercio al dettaglio vincolato alla nuova Legge sugli orari dei negozi. Dopo due incontri in seno all'Ufficio cantonale di conciliazione (UCC) e tre vertici dello speciale tavolo tecnico, le parti sociali avrebbero in effetti individuato il minimo salariale vincolante a cui tendere.

Parliamo di un reddito di base – valido cioè per il personale non qualificato e tarato sulle 42 ore settimanali – che dovrebbe situarsi tra i 3.400 e i 3.600 franchi per tredici mensilità. Una soluzione, questa, verso la quale gli attori protagonisti delle trattative – sindacati da un lato e associazioni economiche dall'altro – starebbero pian piano convergendo.

Al fine di concretizzare la volontà espressa dal 59,2% dei cittadini entro la finestra di 90 giorni fissata dal presidente dell'UCC Christian Vitta, resta però da capire se l'importo minimo sarà fisso o verrà raggiunto in modo graduale. L'accordo in via di definizione dovrebbe in effetti essere valido su più anni.

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Verso multe più salate per chi pratica il dumping

13/04/2016 00:00

La Commissione dell'economia e dei tributi degli Stati propone di aumentare le sanzioni da 5000 a 30.000 franchi

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© Crinari

BERNA - Sanzioni più severe per chi impiega lavoratori distaccati praticando dumping salariale. Seguendo il Consiglio nazionale, la Commissione dell'economia e dei tributi degli Stati ha proposto, con 11 voti contro 2, di aumentare le multe da 5000 a 30.000 franchi. Secondo la maggioranza, l'attuale prassi non è abbastanza dissuasiva, indica una nota odierna dei servizi del Parlamento.

La commissione ha tuttavia deciso, con 5 voti a 3, di sospendere l'esame della legge sui lavoratori distaccati. Un progetto del Consiglio federale che mira a facilitare la proroga dei contratti normali di lavoro (CNL) che fissano salari minimi, è attualmente allo studio da parte della omologa commissione del Nazionale.

Sarà discusso nel quadro dell'applicazione dell'iniziativa contro l'immigrazione di massa. La commissione degli Stati se ne occuperà una volta che il Consiglio nazionale si sarà pronunciato.

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Competitività Ticino fanalino di coda

01/04/2016 00:00

Secondo una ricerca dell’IRE il cantone si colloca all’ultima posizione in Svizzera Malfitano: «Pesano il basso tasso di occupazione e i salari sotto la media nazionale»

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ROBERTO GIANNETTI

Ticino maglia nera in fatto di competitività in Svizzera. È quanto emerge da uno studio dell’Osservatorio delle politiche economiche dell’Università della Svizzera Italiana (O-Pol), unità di ricerca e formazione dell’Istituto di Ricerche Economiche (IRE), che ha pubblicato ieri il suo quarto rapporto annuale sulla struttura economica ticinese, dal titolo «Competitività economica 2015». Come si vede dalla tabella qui di fianco, il Ticino si colloca nell’ultima posizione, preceduta da Glarona, Turgovia e Berna. In testa alla classifica invece si trova Basilea Città, seguita da Zugo e Nidvaldo.

Come viene calcolato l’Indice di competitività cantonale (ICC)? Esso si basa su una struttura di indicatori che ripercorre il modello piramidale: partendo dal tenore di vita, si passa via via a considerare le determinanti della crescita, i fattori di sviluppo e infine le determinanti di successo. I valori dei singoli pilastri vengono quindi sintetizzati in un unico indicatore composito, l’ICC, appunto. Maggiore è il valore per l’ICC di un cantone, più elevata sarà la competitività relativa nel confronto con gli altri.

Ma quali sono i fattori che hanno determinato la cattiva posizione ticinese nella classifica nazionale? Lo abbiamo chiesto a Paolo Malfitano, ricercatore dell’IRE nella sezione dell’Osservatorio della politiche economiche, che ha svolto la ricerca.

«A pesare sulla competitività ticinese – spiega – concorrono soprattutto tre fattori. Innanzitutto il tasso di occupazione, che, come noto, storicamente è uno tra i più bassi di tutta la Confederazione. Inoltre giocano pure i bassi salari, dovuti alla particolare struttura economica che vede una forte presenza di settori con remunerazioni contenute, come la manifattura di prodotti informatici, elettronici e ottici, l’orologeria e l’industria farmaceutica. Su questo fattore pesa anche il rapporto fra domanda e offerta sul mercato del lavoro e il costo della vita nel cantone, più basso che altrove. Infine, il terzo fattore è dovuto alla struttura della popolazione, con un indice di vecchiaia molto elevato, dovuto anche alla bassa natalità in Ticino».

Ma l’occupazione bassa non è anche dovuta al fatto che molti pensionati svizzero-tedeschi si stabiliscono in Ticino, e non è comunque compensata dalla forte presenza di frontalieri? «Non è detto – illustra Malfitano – dato che nella teoria economica il fatto che un territorio non sia in grado di occupare una buona parte della popolazione è un indice di bassa competitività».

«Tuttavia – continua – il Ticino presenta anche punti positivi. Per esempio la qualità della vita, misurata sulla base del PIL pro capite, resta elevata, anche se dal 2012 è cresciuta meno rispetto alla media svizzera. Il PIL pro capite è valutato sulla base del potere d’acquisto, e quindi è influenzato positivamente dal basso costo della vita nel cantone. Per questo in Ticino il PIL pro capite è elevato anche se i salari sono più bassi che nel resto del Paese. Altri fattori positivi sono la forte creazione di nuove imprese e la vasta apertura internazionale, con import-export ad alti livelli, anche se le esportazioni stanno rallentando».

Notiamo che, secondo l’amministrazione federale delle dogane (AFD), le esportazioni cantonali rapportate alla popolazione residente in Ticino sono pari a circa 134.000 franchi pro capite e le importazioni ammontano a circa 162.000 franchi pro capite, mentre il dato svizzero non supera i 35 mila franchi sia per l’import sia per l’export.

Nella classifica dell’IRE sulla competitività il Ticino si trova in ultima posizione, mentre in quella di UBS (articolo a lato), il Ticino si trova in sest’ultima posizione. Inoltre i Grigioni nella classifica dell’IRE è in nona posizione e in quella UBS in 23. posizione. Si tratta di differenze importanti. Come spiegarle? «Per il calcolo – spiega Malfitano – noi abbiamo preso spunto dal modello utilizzato da UBS, ma abbiamo cambiato tutti gli indicatori con i dati a nostra disposizione. E abbiamo anche cambiato metodo di aggregazione e la ponderazione. Le differenze a mio avviso sono dovute all’utilizzo degli indicatori. L’indice di UBS è formato da 8 indicatori compositi basati su 50 indicatori semplici e, probabilmente, si tratta di dati interni che solo loro hanno a disposizione. Invece noi utilizziamo 16 indicatori compositi formati da 22 indicatori semplici, basati su dati ufficiali, e quindi ci possono essere delle differenze».

Lo studio intende anche proporre spunti di riflessione sui settori di punta per l’economia ticinese, nel tentativo di elaborare un ragionamento di più ampio respiro. Tra questi sono citati i rami che si sono affermati di recente nell’economia ticinese, come il settore della moda (relativo anche al comparto logistico, magazzinaggio e commercio all’ingrosso) e al settore farmaceutico che, a partire dal 2000 in poi, ha registrato un trend di crescita sostenuto. Invece stanno perdendo terreno i settori della finanza, del turismo e dell’industria di precisione, malgrado il loro fondamentale ruolo storico.

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