Aziende svizzere in controtendenza

05/10/2016 00:00

Fatturato giù per 300 gruppi Usa ed europei a causa del calo del prezzo del petrolio e materie prime - Ma le 23 società elvetiche nella classifica EY registrano una progressione del 9,5%

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ZURIGO - Le 300 più grandi imprese europee e americane hanno visto il loro fatturato diminuire nel primo semestre, a causa del calo del prezzo del petrolio e delle materie prime. In controtendenza si sono invece mostrate le aziende svizzere.

I gruppi europei hanno subito una flessione delle vendite (su base annua) del 4,6%, indica la società di consulenza EY in un comunicato odierno. Per le società americane l'arretramento si è limitato allo 0,4%, mentre le 23 imprese elvetiche comprese nella classifica hanno beneficiato di una progressione pari al 9,5%. Glencore e Nestlé figurano nella top ten europea, rispettivamente al quinto e al nono posto.

Sul fronte degli utili l'Europa mostra un calo del 9,6%, gli Usa e la Svizzera una diminuzione del 3,5%: 14 delle 23 entità elvetiche sono però riuscite a migliorare il risultato. Roche è prima in classifica in Europa, con un utile operativo di 7,4 miliardi di euro: il gruppo farmaceutico renano si piazza davanti a Deutsche Telekom e a Nestlé.

Complessivamente le aziende europee prese in considerazione dalla statistica di EY hanno generato un fatturato di 3250 miliardi di euro e un risultato operativo di 272 miliardi, mentre i loro concorrenti americani rispondono con rispettivamente 4150 e 483 miliardi.

Nella graduatoria dei 300 gruppi il 47% delle imprese europee è attiva nel settore industriale, una percentuale più consistente del 29% registrato negli Usa. Al contrario, il comparto informatico negli Stati Uniti è trainante - con Apple, Google e Microsoft - mentre solo 14 imprese europee del ramo sono inserite in classifica, sottolinea EY: il settore ha un fatturato di 92 miliardi di euro in Europa e di 575 miliardi oltre Oceano. Da notare infine che Apple ha realizzato un utile superiore a quello cumulato delle cinque aziende più redditizie europee.

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Svizzera Commercianti in affanno

04/10/2016 00:00

Nel mese di agosto la cifra d’affari al dettaglio è diminuita del 2,9% su base annua

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Giro d’orizzonte al FoxTown: i clienti italiani latitano nonostante il calo dei prezzi.

ROBERTO GIANNETTI

Il settore del commercio al dettaglio sta attraversando una fase difficile, confermata anche dai dati delle vendite in agosto, quando il giro d’affari del settore è diminuito del 2,9% in termini nominali rispetto allo stesso mese dell’anno scorso. Si tratta del 20. arretramento mensile consecutivo.

In termini reali, vale a dire tenendo conto delle correzioni apportate per compensare i diversi giorni di vendita e le festività, la diminuzione si attesta al 3,0%, ha comunicato ieri l’Ufficio federale di statistica (UST). Nel confronto con luglio in base a dati destagionalizzati si è assistito a una contrazione rispettivamente dello 0,3% (nominale) e dello 0,6% (reale).

Scendendo nei dettagli, al netto dei carburanti il fatturato in agosto è calato – in confronto a dodici mesi prima e considerando le correzioni dei giorni – del 2,7% a livello nominale e del 3,0% in termini reali. Il comparto alimenti, bevande e tabacco è rimasto invariato in termini reali, mentre quello non alimentare è diminuito del 4,8%; a livello nominale le variazioni sono rispettivamente del +0,8% e del –5,8%.

Ma come stanno andando le cose in Ticino? Ci siamo recati al FoxTown di Mendrisio, il centro commerciale che ospita 160 negozi di firme nei settori dell’abbigliamento, casalinghi ed accessori, per chiedere direttamente ai commercianti come stanno andando le vendite. Chiaramente, nessuno ha voluto che fosse indicato il loro nome e il nome del marchio, e le testimonianze sono molto variegate, forse anche a causa delle diverse tipologie di clienti e di prodotti.

Un responsabile di un importante marchio di abbigliamenti a livello mondiale ha affermato che «la crisi la sentiamo da un anno e mezzo, ma come la sente tutto il settore del lusso a livello europeo, se non mondiale». A suo avviso al FoxTown stanno diminuendo i cinesi, col 40% in meno rispetto a qualche anno fa. «La gente non spende più come una volta – aggiunge – anche se dopo l’abbandono della soglia di cambio tutti qui hanno adattato i prezzi. Di italiani se ne vedono pochi». Ma ci sono diversi fattori che influiscono sul fatturato: se pesano la crisi italiana e la forza del franco, invece il fatto che la Svizzera resti un Paese sicuro ha aiutato i commercianti. «La Svizzera non risente della paura del terrorismo, contrariamente alla Francia e alla Turchia, che stanno vivendo momenti difficili. Da noi invece si vedono nello stesso negozio arabi e israeliani, russi ed ucraini».

Il responsabile di un negozio di calzature è abbastanza preciso nel descrivere il peggioramento della situazione. «Nei primi nove mesi di quest’anno – nota – abbiamo registrato un calo del 28% del fatturato. Io credo che questo sia dovuto alla forte diminuzione dell’affluenza di pubblico nel nostro negozio. Infatti, abbiamo contato i clienti entrati da noi e abbiamo riscontrato proprio un calo del 28%».

«Malgrado abbiamo adattato i prezzi – precisa – a noi manca la clientela soprattutto nei week end, mentre in settimana l’affluenza è restata praticamente invariata. Questo vuol dire che i turisti che vengono da lontano acquistano ancora, mentre a mancare sono gli italiani, che non vengono a causa delle congiuntura e del franco forte».

Secondo questo responsabile, ad aver salvato il 2015 era stata l’Expo di Milano, che per molti turisti rappresentava una «scusa» per venire a fare acquisti in Svizzera. «Infatti – spiega – vedevo un sacco di turisti brasiliani un giorno e molti turisti coreani un altro. Erano delle comitive che avevano visitato l’Expo. Se non ci fosse stata questa manifestazione, il calo registrato quest’anno lo avremmo già avuto nel 2015. «Fino a qualche anno fa – conclude – una delle poche isole felici per il commercio al dettaglio in Ticino era il FowTown. Ora anche qui si fa fatica, e le prospettive sono grigie».

Probabilmente, la grande differenza la fa la clientela italiana, e chi si basava molto su quest’ultima sta soffrendo molto. Gli altri meno.

Lo dimostrerebbe il caso un negozio di biancheria, che invece fornisce un’altra versione della situazione. «Malgrado il rafforzamento del franco e il fatto che noi non abbiamo abbassato i prezzi – afferma la gerente – la nostra cifra d‘affari è aumentata. Forse perché fra i clienti abbiamo pochissimi italiani, dato che la nostra marca è poco conosciuta in Italia, mentre abbiamo molti clienti tedeschi, russi e arabi. Anche se i tedeschi guadagnano in euro continuano a spendere. Quando arrivano gli arabi e i russi, di solito spendono oltre mille franchi. Di ticinesi ne vediamo pochissimi».

Anche la gerente di un negozio di abbigliamento di lusso si dice soddisfatta. «Stiamo aumentando la cifra d’affari – nota – forse perché lo scorso anno abbiamo abbassato i prezzi del 20%, e ora sono in linea con quelli italiani. Comunque i nostri principali clienti non sono gli italiani, ma gli asiatici e gli arabi. Avevamo paura che con la legge anti burqa gli arabi non venissero più, invece non è stato il caso».

Comunque la cifra d’affari complessiva dei negozi presenti al FowTown è in aumento, come spiega Marco Hefti, responsabile marketing e commerciale del gruppo Tarchini. «Nei primi otto mesi di quest’anno – illustra – nel centro FoxTown abbiamo avuto un aumento del fatturato di quasi il 3%. Invece il mese di agosto non è stato così positivo, perché c’è stato bel tempo, e questo ha tenuto i turisti lontano dal nostro centro. Lo scorso anno avevamo avuto una flessione del 10% circa in termini di franchi, visto che i negozi avevano abbassato i prezzi, ma in termini di euro abbiamo messo a segno aumenti anche del 7-8%».

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Artigiani Controlli e multe al via

03/10/2016 00:00

Scaduto il termine per le iscrizioni, si attende di conoscere le modifiche

GIÙ IL MARTELLO

Per legge, se non si è iscritti al registro delle imprese non si può operare in Ticino.

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(fotogonella)

Da due giorni non si sgarra più. Chi non è iscritto all’Albo delle imprese artigianali non può operare sul suolo cantonale. Pena: sanzioni pecuniarie fino a 30.000 franchi. È quanto previsto dalla Legge sulle imprese artigianali (LIA), accolta dal Parlamento lo scorso marzo, e che da sabato è entrata in vigore a pieno regime. L’obiettivo della nuova norma, condiviso e salutato con favore da più parti, è quello di proteggere il ramo dalla concorrenza sleale di padroncini e distaccati. Come? Obbligando le ditte che intendono operare sul nostro territorio ad iscriversi ad un apposito registro – già soprannominato Albo anti-padroncini – e a presentare i documenti necessari che comprovano il rispetto dei requisiti professionali e personali.

E se sul principio sono tutti concordi, sulle modalità i pareri divergono. A destare qualche malumore è stato in prima battuta l’ammontare della tassa d’iscrizione, fissato a 2.000 franchi. Giudicato troppo oneroso, numerosi artigiani ticinesi e d’oltre confine hanno così chiesto un livellamento verso il basso. Da qui la decisione dell’Esecutivo di posticipare lo scattare delle sanzioni dal 1. agosto al 1. ottobre e di diminuire l’importo della tassa da 2.000 a 600 franchi. Pubblicato a fine agosto sul bollettino ufficiale delle leggi, il Regolamento d’applicazione ha però presentato una nuova sorpresa: l’esonero delle ditte d’oltralpe dalla tassa d’iscrizione. Questo, in rispetto del diritto superiore di libero mercato. Una modifica che non è piaciuta a diversi artigiani locali che, lo scorso 21 settembre a Bellinzona, sono scesi in piazza per protestare e per chiedere al direttore del Dipartimento del territorio Claudio Zali di rivedere la norma. Giovedì il tema è quindi stato al centro dell’incontro settimanale del Consiglio di Stato dove si è discusso delle possibili modifiche da apportare al decreto di legge. Deroghe queste che richiedono però maggiori approfondimenti giuridici e che verranno rese note soltanto nei prossimi giorni. Scaduto il termine per iscriversi all’albo Rete Ticino, l’associazione che riunisce gli artigiani scontenti della nuova legge, ha già preannunciato ricorso.

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Gessatori Si va verso lo sciopero

30/09/2016 00:00

Tensioni per il rinnovo del contratto collettivo – Il garzone della discordia

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Le possibilità sono due: o l’Associazione ticinese mastri gessatori (ATMG) rinnova tacitamente l’attuale contratto collettivo di lavoro o sarà indetto uno sciopero. È quanto hanno deciso i lavoratori del settore del gesso, riuniti martedì in assemblea sindacale a Bioggio.

Emblema del conflitto tra le parti è la richiesta dell’ATMG di introdurre una categoria salariale inferiore a quella del manovale: ovvero quella del garzone, retribuito con 18 franchi l’ora. Una proposta questa che, a detta dei sindacati Unia e OCST, «non merita di essere ulteriormente negoziata». Dopo settimane di trattative, ieri i 124 lavoratori presenti all’incontro hanno così «rifiutato all’unanimità di entrare nel merito della proposta dell’associazione padronale», definendola «sostanzialmente peggiorativa» rispetto al contratto collettivo attuale. «In una situazione del mercato del lavoro particolarmente nervosa – continuano i sindacati – i CCL devono essere rafforzati e non alleggeriti». Al termine dell’assemblea i lavoratori hanno dunque adottato una risoluzione nella quale conferiscono mandato ai sindacati «di attivare tutte le misure di lotta necessarie». A partire da lunedì 3 ottobre, come si legge nella nota, tutti i lavoratori sui cantieri «saranno chiamati in consultazione per decidere sulle azioni di protesta da intraprendere e, in particolare, sull’organizzazione di una giornata di mobilitazione generale durante il mese di ottobre». Ma non solo. Come si precisa nella risoluzione, affinché si eviti lo sciopero, le parti sindacali chiedono all’associazione di categoria di «tornare al tavolo delle trattative con senso di responsabilità e lungimiranza per introdurre nel CCL quelle disposizioni fondamentali a tutela dei lavoratori e del settore». In particolare, Unia e OCST chiedono che venga riconosciuta «l’esperienza maturata dal lavoratore all’estero, una migliore regolamentazione del tempo di viaggio, nonché l’introduzione e il mantenimento delle categorie salariali ottenute in caso di cambio d’azienda».

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Edilizia Arriva il tesserino per lottare contro gli abusi

29/09/2016 00:00

La SSIC lancia una carta d’identità dei lavoratori per facilitare i controlli sui cantieri – Toccati anche padroncini e distaccati

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Un tesserino di riconoscimento per lottare contro malaedilizia e concorrenza sleale. È l’offensiva che la Società svizzera impresari costruttori (SSIC) ha presentato a Lugano e che vede il nostro cantone schierato in prima linea. «A partire dal secondo semestre 2017 prenderà il via la fase sperimentale in Ticino e la speranza è che questo progetto possa esser esteso su scala nazionale già dal 2018», ha spiegato Gian-Luca Lardi , presidente centrale della SSIC. L’idea alla base è semplice: introdurre un tesserino di riconoscimento – una sorta di carta d’identità dei dipendenti – che permetterà agli ispettori di verificare celermente se ci sono irregolarità nei cantieri. «Il tesserino verrà rilasciato solamente dopo aver ricevuto tutti i documenti necessari quali permesso di soggiorno, licenza di lavoro e dichiarazione di adesione al salario minimo», ha specificato Lardi, «in seguito, tutte queste informazioni verranno registrate in una banca dati nazionale accessibile ai datori di lavoro e alle commissioni paritetiche. In tal modo si potrà verificare sul lungo periodo se gli imprenditori rispettano o meno le condizioni di lavoro».

Un tavolo di lavoro nazionale

Interessati dal provvedimento saranno tutti coloro che intendono operare sul suolo elvetico, quindi anche padroncini e distaccati d’oltre frontiera. Non si teme un effetto Albo degli artigiani?, abbiamo chiesto a Lardi. «Affatto. Questo progetto mira ad andare a colpire quelle pecore nere che non si attengono alle regole e, a differenza della LIA, è una soluzione pensata a livello nazionale e non regionale. Ci muoviamo quindi in un contesto di legge ben rodato e che non può esser messo in discussione». Ma c’è di più. Come precisa il presidente centrale, per evitare futuri malumori al tavolo di lavoro sono state coinvolte le associazioni di categoria dell’edilizia principale e di quella accessoria, nonché il sindacato Syna, l’Associazione quadri dell’edilizia svizzera, le committenze pubbliche e la SECO. Come dire, nessuna possibilità di contrasti intercantonali. In merito al costo dell’operazione e al possibile riversamento sugli affiliati, il presidente centrale preferisce tuttavia non esprimersi. «Ci sono ancora aspetti che dobbiamo valutare prima di stilare un bilancio», ci dice. Soddisfazione è stata espressa anche da Mauro Galli , presidente della SSIC Ticino, che ha ricordato come «questo badge fungerà da garanzia anche per i committenti, chiamati a decidere a chi appaltare i lavori. Non vogliamo fare del protezionismo, ma occorre bloccare il prima possibile chi non rispetta le leggi. Perché il settore della costruzione non è da sottovalutare: basta pensare che in Ticino occupa circa 8.600 lavoratori».

L’offensiva ticinese

VIOLA MARTINELLI

In attesa della nuova carta d’identità anti-abusi, va detto che la sezione cantonale della SSIC si era già attivata in questa direzione, lanciando lo scorso settembre un’App volta a facilitare la segnalazione di irregolarità sui cantieri. Ad un anno di distanza, il direttore della SSIC-TI Nicola Bagnovini ha così snocciolato alcune cifre. «Possiamo dire di aver raggiunto l’obiettivo – ha dichiarato – dalla sua introduzione abbiamo infatti ricevuto oltre 150 segnalazioni e di queste, l’80% si è rivelata fondata. Segno che stiamo andando nella direzione giusta e il futuro tesserino comporterà un ulteriore passo avanti».

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Edilizia Giro di vite per combattere gli abusi

26/09/2016 00:00

È stata sottoscritta un’intesa tra i sindacati e la Società impresari costruttori contro la concorrenza sleale Locatelli: «È previsto pure il blocco dei cantieri» – Galli: «Lo scopo è quello di intervenire il prima possibile»

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MICHELLE CAPPELLETTI

«L’obiettivo principale è di combattere la concorrenza sleale, una politica dei prezzi poco seria e la crescente pressione sui lavoratori che sta mettendo in pericolo il futuro del settore della costruzione nella nostra regione». Questo l’intento dichiarato da Unia, dall’Organizzazione cristiano sociale (OCST) e dalla Società impresari costruttori Ticino (SSIC-Ti) che ieri a Bellinzona hanno sottoscritto il protocollo d’intesa in vista del rinnovo del Contratto collettivo di lavoro dell’edilizia e del genio civile. Protocollo che entrerà in vigore il 1. gennaio 2017 e che completerà il CCL che verrà rinnovato entro la fine dell’anno e che sarà valido fino al 2018, quando scadrà anche il Contratto nazionale mantello. La nuova intesa contiene sì aspetti finanziari, come l’adeguamento dell’indennità per il pranzo che passa da 1,40 all’ora a 1,50, ma come ha precisato il responsabile del settore edilizia di Unia Dario Cadenazzi «l’elemento centrale è la convergenza tra le parti sulle problematiche di fondo di un settore sotto pressione». Per il presidente della SSIC-Ti Mauro Galli «si tratta di un primo traguardo che ci porterà nei prossimi mesi ad avere un nuovo contratto. Il nostro timore è che si instauri un non rispetto delle regole sistematico». Il direttore degli impresari Nicola Bagnovini ha aggiunto che «il mercato del lavoro sta cambiando e le aziende vogliono una concorrenza sana. Abbiamo già un CCL all’avanguardia, il problema ora è agire per farlo rispettare».

Tra le misure contenute nel protocollo vi è quella relativa all’utilizzo di manodopera proveniente da agenzie interinali che sarà disciplinata a seconda del numero di personale presente sul cantiere: fino a 5 lavoratori sarà ammesso il prestito di un impiegato, tra i 6 e i 10 lavoratori sarà consentito l’impiego di due lavoratori interinali, oltre gli 11 sarà consentitoil prestito massimo del 20%. Inoltre, «è fatto divieto alle imprese - salvo casi eccezionali debitamente motivati e previa autorizzazione della Commissione paritetica cantonale - di assumere personale temporaneo nei due mesi seguenti il termine di disdetta relativo al licenziamento di uno o più lavoratori impiegati a tempo determinato o indeterminato», si legge nel documento. Inoltre, di principio sarà proibito il lavoro su chiamata senza una garanzia minima di ore e i contratti di lavoro a tempo parziale dovranno essere autorizzati dalla Commissione paritetica, ente che andrà verso la professionalizzazione. La concorrenza sleale che intende combattere è quella operata da ditte che «assumono personale a tempo parziale per poi farlo invece lavorare al 100%», ha detto il direttore del Segretariato della commissione paritetica Alessandro Capelli .

Ma non è tutto. Il responsabile dell’OCST per il settore dell’edilizia Paolo Locatelli ha dichiarato che è previsto anche il blocco dei cantieri: «Si tratta di uno strumento efficace e la Legge sulle imprese artigianali dal 1. ottobre ci fornirà una base legale sulla quale poter agire in tal senso. Verrà utilizzato nei casi gravi per bloccare chi sistematicamente e con metodo cerca di aggirare l’ostacolo beffandosi di chi invece le regole le rispetta». Bagnovini ha poi posto l’accento sulla problematica dei subappalti, precisando che nei grandi cantieri è impossibile far lavorare unicamente ditte ticinesi, ma che «occorrono regole più ferree anche per i subappaltatori. Spesso sono loro a non rispettare il mercato del lavoro». Sul fronte dei controlli sarà attiva la Commissione paritetica: «Il mondo dei furbi diventa sempre più complesso e fantasioso, per questo stiamo intensificando la collaborazione anche con altri enti come ad esempio l’Ufficio dell’ispettorato del lavoro e l’Amministrazione federale delle dogane», ha rilevato Capelli. Metodi sempre più creativi che spesso non sono riscontrabili nei normali controlli amministrativi ma che emergono solo dalle testimonianze dei lavoratori, ha sottolineato Locatelli. «Ci sono lavoratori assunti al 50% che in realtà lavorano al 100%, oppure restituiscono in contanti una parte del salario». Resterà ora da vedere cosa accadrà in caso di ricorso: le misure sono già contemplate nella Legge federale sulle commesse pubbliche, occorrerà vedere cosa accadrà nel settore privato.

le misure principali:

interinali

Secondo il protocollo dal 1. gennaio 2017 la messa a disposizione della manodopera da parte delle agenzie interinali sarà disciplinata in funzione del numero di lavoratori presenti sul cantiere: fino a 5 sarà ammesso il prestito di un lavoratore, tra i 6 e i 10 lavoratori sarà consentito l’impiego di due lavoratori interinali, oltre gli 11 sarà ammesso il prestito massimo del 20%.

personale temporaneo

«È fatto divieto alle imprese - salvo casi eccezionali debitamente motivati e previa autorizzazione della Commissione paritetica cantonale - di assumere personale temporaneo nei due mesi seguenti il termine di disdetta relativo al licenziamento di uno o più lavoratori impiegati a tempo determinato o indeterminato», si legge nel protocollo.

Tempo parziale

Il lavoro su chiamata senza una garanzia minima di ore di lavoro è di principio proibito, mentre «i contratti di lavoro a tempo parziale devono essere autorizzati dalla competente Commissione paritetica cantonale», recita il documento. I contratti saranno validi unicamente se verranno comunicati il grado di occupazione, i giorni della settimana di impiego, la fascia oraria di impiego previsto e la motivazione.

stop ai lavori

Dal 1. gennaio 2017 viene inoltre creata una base contrattuale che prevede in caso di grave inadempienza il blocco dei cantieri da parte della Commissione paritetica.

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Lavoratori distaccati, i CNL potranno essere prorogati

14/09/2016 00:00

Approvata dagli Stati la legge quadro - Filippo Lombardi (PPD): in Ticino sono tutti d'accordo - Mossa antidumping

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BERNA - In futuro sarà possibile prorogare i Contratti normali di lavoro (CNL), che fissano salari minimi nei settori dove sono stati rilevati casi di dumping. Lo ha deciso oggi il Consiglio degli Stati approvando, con 30 voti contro 14 e un astenuto, la revisione della Legge sui lavoratori distaccati. Il testo, già approvato dal Nazionale, dà ai cantoni l'autorizzazione di prolungare i CNL nei casi in cui si potrebbero ripetere abusi al momento della scadenza senza avviare una complicata e costosa procedura. Si tratta di una delle misure di accompagnamento alla libera circolazione che permette ai cantoni di introdurre per un certo periodo salari minimi nei settori dove sono stati constatati abusi salariali gravi e ripetuti.

La maggioranza della commissione avrebbe però voluto una versione più restrittiva nella quale la proroga sarebbe stata concessa solo in presenza di nuovi abusi e se vi è il sospetto che potessero nuovamente ripetersi. La commissione riteneva che, rendendo troppo facili i prolungamenti dei CNL, si sarebbe corso il rischio che venisse applicato un salario minimo senza che vi sia la prova del dumping salariale. Contro tale proposta più restrittiva si è fortemente battuto un agguerrito Filippo Lombardi (PPD/TI): "In Ticino sono tutti d'accordo, economia e partner sociali vogliono prolungare i CNL senza ostacoli burocratici", ha sottolineato più volte il "senatore" popolare democratico. La situazione in Ticino, dove sono in vigore 16 di questi contratti, è completamente diversa da quella esistente nella Svizzera nordalpina, ha aggiunto Fabio Abate (PLR/TI) rivolgendosi direttamente ai colleghi.

Gli Stati hanno anche seguito il Nazionale per quel che concerne l'ammontare delle multe massime per i datori di lavoro che violano le condizioni lavorative e salariali minime previste dalle misure di accompagnamento: passeranno da 5'000 a 30'000 franchi. La sanzione è destinata principalmente ai datori di lavoro stranieri che operano in Svizzera con personale distaccato e che non rispettano le condizioni lavorative e salariali elvetiche, ma ha ripercussioni anche sulle imprese con sede in Svizzera che violano le disposizioni. Avendo già deciso di ancorare la questione della proroga dei CNL nella legge, il Consiglio degli Stati ha poi deciso di archiviare il disegno governativo sulle stesso tema. La revisione della Legge sui lavoratori distaccati torna invece al Consiglio nazionale per l'esame delle divergenze.

Nell'ambito della revisione della legge sui lavoratori distaccati, il Consiglio degli Stati ha approvato oggi un testo caldeggiato dalla deputazione ticinese, già accolto dal Nazionale, che dà ai Cantoni l'autorizzazione di prolungare i CNL nei casi in cui si potrebbero ripetere abusi al momento della scadenza, senza avviare una complicata e costosa procedura.

CHI È SODDISFATTO E CHI NO

L'Unione svizzera degli imprenditori (USI) deplora in una nota la decisione parlamentare che consente di prorogare più facilmente i contratti normali di lavoro (CNL), che fissano salari minimi nei settori dove sono stati rilevati casi di dumping. Soddisfatta invece l'Unione sindacale svizzera (USS).
 

Soddisfatto il DFE

Il Dipartimento delle finanze e dell’economia esprime soddisfazione per il nuovo passo avanti compiuto oggi nell’ottimizzazione delle misure d’accompagnamento alla libera circolazione delle persone. Dopo che il Consiglio Nazionale, a marzo, ha adottato la proposta di Marco Romano volta a facilitare il rinnovo dei contratti normali di lavoro (CNL) che impongono salari minimi obbligatori nei settori in cui è stato riscontrato dumping salariale, oggi anche il Consiglio degli Stati è andato nella stessa direzione, votando la revisione della Legge sui lavoratori distaccati e la proroga dei contratti normali di lavoro che prescrivono salari minimi. Per raggiungere questo risultato è stato importante il buon lavoro di squadra con la Deputazione ticinese alle Camere federali. Ricordiamo che la possibilità di rinnovo facilitato dei CNL – che renderà meno burocratico per lo Stato e per le aziende quest’ultima procedura – si aggiunge all’inasprimento delle sanzioni massime previste dalla Legge sui lavoratori distaccati (con un importo massimo che passa da 5’000 a 30’000 franchi), pure oggetto della positiva decisione odierna. Si resta ora in attesa del voto finale che, qualora positivo, permetterà di rendere operative queste misure. Il Cantone Ticino è già pronto all’attuazione delle nuove disposizioni, così come previsto nelle 8 prime misure a tutela del mercato del lavoro ticinese varate dal Dipartimento delle finanze e dell’economia nel settembre 2015.

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Studio Un medico su dieci lascia

30/08/2016 00:00

Ottanta dottori sugli 800 formati annualmente cambiano attività nel corso degli anni.

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Tra i principali motivi le condizioni di lavoro – Leggermente più numerose le donne.

Un medico su dieci interrompe la sua attività prima del tempo. È quanto risulta da uno studio commissionato dalla Federazione dei medici svizzeri (FMH) e dall’Associazione svizzera dei medici assistenti e capiclinica (ASMAC). Tradotto in cifre: la quota dei medici che non curano più oscilla tra l’8,4% e il 12,9%, il che significa che circa 80 degli 800 medici che vengono formati annualmente abbandonano l’attività nel corso della carriera professionale.

Non sorprendono i motivi di queste interruzioni precoci. Tra le cause principali vi sono infatti aspetti legati alla situazione lavorativa. In prima linea vengono menzionati il tasso d’attività e gli orari di lavoro: per un medico su tre sono fra i tre fattori più importanti per l’abbandono dell’attività. Anche la conciliazione tra la vita professionale e la cura dei figli, così come i contenuti del lavoro stesso vengono addotti come elemento decisivo per un’interruzione da una persona su cinque. Seguono, con il 16%, le elevate esigenze e il conseguente stress dovuto all’attività richiesta. Solo a questo punto della classifica trovano posto fattori che non hanno a che vedere con la situazione lavorativa, come la salute, un nuovo orientamento professionale o la pensione anticipata.

Una tendenza che preoccupa, in particolare alla luce della carenza di medici che non cessa di aumentare in Svizzera, come testimonia da noi contattato Nico van der Heiden, responsabile della comunicazione dell’ASMAC: «In Svizzera già formiamo troppo pochi medici. Questo studio dimostra che, di coloro che abbiamo formato, perdiamo circa il 10%. A questo si aggiunge il fenomeno della concorrenza estera. È un quadro abbastanza classico: se in Svizzera tedesca sono molti i medici tedeschi e austriaci, in Romandia sono tanti i francesi e in Ticino gli italiani. Queste persone scelgono il nostro Paese attratte principalmente da una questione di stipendio».

Lo studio, realizzato dal Büro Vatter e dall’Istituto di ricerca Gfs.bern, evidenzia differenze di genere: a dipendenza dei diversi scenari la quota femminile si situa da 1,2 a 1,6 volte sopra a quella degli uomini. Il motivo? «La causa primaria è la conciliazione tra lavoro e famiglia», prosegue Van der Heiden. «Se lei lavora 56 ore a settimana e fa i turni anche di notte e il weekend, come può gestire gli affetti? È estremamente difficile trovare un asilo nido con degli orari di apertura adeguati. Inoltre sono pochissimi i posti a tempo parziale negli ospedali. La scelta è quindi obbligata: bambini o carriera. E ci sono purtroppo ancora più donne che uomini che in tal caso optano per stare a casa».

Per ovviare a questo andamento la FMH e l’ASMAC propongono misure ben precise. Prima fra tutte, la creazione di condizioni lavorative al passo con i tempi in modo da rendere gli orari di lavoro e il tasso d’attività più attrattivi. Non trascurabile è in tal senso un aumento dell’offerta di impieghi a tempo parziale e di posti in strutture d’accoglienza per bambini con orari adeguati a distanza utile dal luogo di lavoro. In secondo luogo si chiede di ridurre il carico amministrativo dei medici, un onere che ha subito un incremento costante nel corso degli ultimi anni sia all’interno degli ospedali sia negli ambulatori. Non da ultimo sarebbe utile dare il via a un lavoro di sensibilizzazione, a partire dal periodo formativo per continuare nel corso della carriera, alle sfide che si dovranno/potranno affrontare.

A.R.

«Un dato che mi ha particolarmente sorpreso – racconta Van der Heiden – è che un terzo di coloro che interrompono la carriera lo fanno a 26 anni, subito dopo aver terminato gli studi in medicina, vale a dire che neanche cominciano a lavorare in ospedale, ma entrano nell’industria farmaceutica o nell’amministrazione sanitaria cantonale. Questo è un numero relativamente alto. Quando a 19 anni si comincia a studiare medicina si ha come ideale, forse un po’ ingenuo, quello di voler salvare il mondo. Evidentemente poi succede qualcosa durante gli studi che fa dire a queste persone: “No, non voglio lavorare in ospedale”. Allora mi chiedo: forse questa gente nutre delle aspettative sbagliate, oppure cosa non funziona durante questo periodo? Purtroppo dallo studio sappiamo troppo poco riguardo a questo argomento».

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Disoccupati, statistiche e polemiche

25/08/2016 00:00

Quello della disoccupazione è un terreno minato, sul quale, dopo gli sconquassi finanziari del 2007-2008, è divenuto praticamente impossibile discutere in termini razionali

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di FABIO PONTIGGIA - Preoccupa il silenzio con cui vengono accolti gli attacchi politici contro istituti di ricerca e di statistica economica. È una deriva pericolosa. Dove sono finiti i difensori della libertà e dell'autonomia della ricerca? Hanno forse paura di far sentire la loro voce?
Sotto tiro, negli ultimi tempi, sono in particolare le statistiche sulla disoccupazione. I dati raccolti ogni mese dagli Uffici regionali di collocamento e pubblicati dalla Segreteria di Stato dell'economia (Seco) non confortano le tesi sostenute da diversi politici; ma anziché riesaminare criticamente queste tesi e domandarsi se non ci sia per caso qualcosa che in esse non regge, questi stessi politici sostengono che i dati pubblicati dalla Seco sono fasulli, che gli economisti che li prendono per buoni farebbero bene a cambiare mestiere perché vivono fuori dalla realtà e che gli istituti che li accreditano (come ad esempio l'IRE in Ticino) non dovrebbero più essere finanziati.

Quello della disoccupazione è un terreno minato, sul quale, dopo gli sconquassi finanziari del 2007-2008, è divenuto praticamente impossibile discutere in termini razionali. In parte è comprensibile, perché la dura realtà con cui deve fare i conti chi perde il lavoro e chi non lo trova ha implicazioni umane e sociali molto pesanti. Anche un solo disoccupato, desideroso di lavorare, è un disoccupato di troppo in una società sviluppata come la nostra. Tutto deve quindi essere messo in atto affinché egli possa uscire dalla disoccupazione e ritrovare la sua autonomia economica. Il dibattito politico dovrebbe proprio avere questo scopo.
E invece si mettono in discussione addirittura le basi conoscitive del mercato del lavoro e in particolare della realtà della disoccupazione, perché, come detto, i dati che ne scaturiscono non confortano certe tesi e certe teorie. La teoria è che i disoccupati continuano ad aumentare, la realtà documentata è invece che la disoccupazione diminuisce: leggermente, in misura insufficiente, ma diminuisce.

Le statistiche disponibili per misurarla sono due: quella della Seco e quella dell'UST secondo il metodo ILO. Quali differenze ci sono tra le due? La Seco censisce ogni mese tutte le persone che si annunciano a un ufficio regionale di collocamento per cercare lavoro: è una raccolta sistematica. In luglio c'erano in Ticino 5.069 persone immediatamente collocabili (i disoccupati in senso stretto) più altre 3.302 in cerca di lavoro ma, per svariati motivi, non immediatamente collocabili. In totale, quindi, 8.371 cercatori di impiego. Sono tanti. Chi dice che questo dato vuole nascondere chissà quale realtà, non si rende conto di cosa siano più di ottomila persone in difficoltà sul mercato del lavoro.

La seconda statistica (ILO) non è invece una raccolta sistematica di dati, ma un sondaggio telefonico. Ogni trimestre una società specializzata interpella in Ticino un campione di duemila persone fra i 15 e i 74 anni di età, ponendo loro una lunghissima serie di domande. Tra queste ve ne sono tre che riguardano l'occupazione. Nell'ultimo trimestre, con questo sondaggio sono stati conteggiati 71 (sette uno) disoccupati. Rapportati al numero delle persone attive rilevate nel campione, questo dà un tasso di disoccupazione del 6,2%.

Quale delle due statistiche è più affidabile? A noi sembra evidente: la prima. Lo stesso Ufficio federale di statistica che pubblica la seconda avverte di prendere con estrema cautela i dati ILO quando sono riferiti a piccole realtà come quella ticinese. Perché? Perché il margine di errore per il nostro cantone è addirittura del 20%. Senza contare che bastano poche unità di risposte non sincere per far impennare (o crollare) il tasso così determinato. I sondaggisti non hanno in effetti alcun mezzo per verificare se la persona che risponde al telefono dice la verità.
Ripetiamo: anche un disoccupato desideroso di lavorare è un disoccupato di troppo nella nostra società.

Questo non ha però nulla a che vedere con l'affidabilità dei dati della Seco e con la fondatezza delle analisi dell'IRE. La disoccupazione in Ticino è in lieve calo e in luglio il tasso è sceso sotto la media nazionale; ma ci sono ancora ben cinquemila disoccupati, più quasi altre 3.500 persone che cercano un impiego. Perché, in base a quali controverifiche, si sostiene che questa fotografia sarebbe fasulla? E perché mai chi raccoglie questi dati, in modo corretto, e chi li analizza, in modo scientifico, dovrebbe essere allontanato dall'istituto in cui lavora?

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Lavoro Last minute per il tirocinio

03/08/2016 00:00

Sono ancora molti i giovani alla ricerca di un posto per svolgere l’apprendistato Tra i servizi cantonali offerti vi è anche il sostegno al collocamento del DECS

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© Keystone

Nel pieno delle vacanze scolastiche estive, per molti giovani si avvicina l’inizio del tirocinio e i servizi cantonali di tutta la Svizzera tentano di orientare i giovani che non hanno ancora trovato la loro strada professionale. In Svizzera romanda sono molte le offerte «last minute» proposte dai Cantoni durante i mesi estivi. Una soluzione per mettere in contatto le imprese e i giovani che ancora non hanno trovato un posto di tirocinio a poche settimane dalla ripresa delle scuole professionali.

Nel Canton Friburgo questo servizio «last minute», nato nel 2014, propone anche consigli personalizzati con degli specialisti. «I giovani che si presentano solitamente non hanno alcuna soluzione in vista e la risposta che ricevono è sempre la stessa: non ci sono posti disponibili», spiega Marine Ding, psicologa e consigliere in formazione del servizio friburghese.

Molto spesso è necessario pensare a un «piano B», perché i desideri professionali dei giovani non sono sempre realizzabili. A influire sono in alcuni casi le note scolastiche, in altri la causa è il numero limitato dei posti d’apprendistato. Ma le alternative possono essere molteplici, «Un pre-apprendistato, uno stage di lunga durata oppure un anno alla pari. Tante volte i giovani non conoscono queste possibilità e si sentono confortati sapendo che magari non si ritroveranno senza occupazione al mese di settembre».

I sindacati accolgono favorevolmente questa iniziativa. Tuttavia avvertono: per rappresentare un plus-valore per i giovani questi stage devono assolutamente avere una componente legata alla formazione professionale. «Esiste infatti il rischio di un impiego sottopagato e non coperto da un contratto collettivo di lavoro, in particolare nel caso di stage a lunga durata», indica Laura Perret, segretaria centrale dell’Unione sindacale svizzera (USS).

Anche il Canton Vaud propone ai giovani un’offerta «last minute». Il servizio esiste già da qualche anno, ma non propone consigli in formazione, è piuttosto una piattaforma di contatto tra i giovani e le imprese.

A Ginevra, l’ufficio per l’orientamento professionale organizza durante tutto l’anno delle «assunzioni in diretta» per mettere in contatto tra loro i candidati all’apprendistato e i datori di lavoro; una ventina di eventi sono stati organizzati nel 2016, in cui si sono svolti oltre 2.000 incontri, indica Erwin Fischer, direttore dell’ufficio ginevrino. Attualmente sono circa 600 i posti vacanti: «Ma la maggior parte dei processi di assunzione sono già in corso» sottolinea Fischer.

A fine luglio il servizio «last minute» offerto dal Canton Friburgo aveva ricevuto 122 richieste, ma dei 50 giovani che si sono presentati per dei colloqui uno solo ha indicato di aver trovato un lavoro. Tuttavia la maggior parte dei giovani non dà più notizie all’agenzia dopo aver trovato un’occupazione. «È ancora presto per tirare un bilancio», sottolinea la psicologa del servizio friburghese.

I posti di apprendistato più ambiti dai giovani in cerca di un tirocinio sono da individuare nel ramo della sanità e della socialità, dell’informatica o come impiegati di commercio. Tuttavia, alcuni settori come l’agricoltura e l’edilizia offrono ancora molte possibilità di lavoro che i giovani non sembrano disposti a voler occupare.

In Ticino il DECS offre un sostegno al collocamento per i ragazzi nati tra il 1997 e il 2000 che non hanno ancora trovato un posto di tirocinio. «Il Cantone propone inoltre diverse soluzioni ai giovani ancora in cerca di lavoro. Attraverso il portale Internet www.orientamento.ch vengono inseriti gli annunci dei posti di tirocinio ancora disponibili. Il sito fornisce consigli utili e degli strumenti adatti per i ragazzi che si trovano a compiere delle scelte importanti», spiega al CdT Claudia Sassi, direttrice aggiunta della Divisione della formazione professionale.

ATS/LF

Inoltre «per chi non riesce a trovare un apprendistato il Cantone offre alcune alternative, in particolare il pretirocinio di orientamento: un anno supplementare di scuola e di formazione in cui si forniscono ai giovani degli strumenti di accompagnamento per aiutarli a maturare una scelta e indirizzarli verso una professione adatta alle loro qualità e ai loro interessi».

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