Ginevra La preferenza? «Meglio se volontaria»

14/10/2016 00:00

Il consigliere di Stato Mauro Poggia (MCG) spiega come favorire i residenti nel settore pubblico e parapubblico Ora si vuole coinvolgere anche il privato, ma senza obblighi – Prima i nostri? «Utile solo come mezzo di pressione»

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ALLA FRONTIERA Nel Canton Ginevra lavorano circa 80.000 frontalieri. La disoccupazione è al 5,5%.

Fa parlare di sé in questi tempi il «modello ginevrino». Se ne parla a Berna, dove il Parlamento sta tentando di estrarre dal cilindro una preferenza indigena che favorisca i residenti senza cozzare con la libera circolazione; e ne parla a Bellinzona, dove la trasformazione di «Prima i nostri» in misure concrete già sfocia nei primi litigi.

A Ginevra una sorta di preferenza indigena viene applicata dal 2012 nell’amministrazione cantonale e nelle istituzioni di diritto pubblico, dal 2015 anche negli enti sovvenzionati dallo Stato come l’ospedale, le case anziani, alcuni attori culturali. Si tratta dunque di una misura che va a toccare l’ambito pubblico o vicino al pubblico, mentre resta esclusa l’economia privata. Anche se, come ci spiega il consigliere di Stato Mauro Poggia del Mouvement citoyens genevois (MCG), in realtà si sta cercando di sensibilizzare anche i datori di lavoro privati.

Partiamo da quello che già esiste. Come funziona il modello ginevrino? Il dipartimento cantonale o l’istituzione parastatale che ha un posto di lavoro vacante deve segnalarlo all’ufficio cantonale del lavoro almeno 10 giorni prima della pubblicazione del concorso. L’ufficio fa sapere entro 5 giorni se ha dei profili corrispondenti tra le persone che si sono annunciate perché in cerca di un impiego. In caso affermativo, trasmette all’ente in questione al massimo cinque nominativi.

Queste persone devono obbligatoriamente essere invitate per un colloquio. In seguito vengono integrate nella normale procedura di selezione (assieme quindi ad altri eventuali candidati) ma a parità di competenze vengono favorite. Infine l’ente coinvolto deve far sapere alle autorità cantonali se ha assunto una delle persone indicate; in caso negativo deve motivare la scelta, e anche indicare se il lavoratore prescelto avrà bisogno di un nuovo permesso di soggiorno.

Non sono previste sanzioni e neppure un diritto di veto da parte delle autorità cantonali, precisa Poggia, che dal 2013 è alla testa del Dipartimento dell’impiego, socialità e sanità. È il primo esponente del MCG ad accedere al Governo ginevrino, e già era stato il primo consigliere nazionale. Oggi il movimento, che ha molti punti in comune con la Lega dei ticinesi, conta un esponente a Berna, un ministro cantonale e 17 granconsiglieri su 100.

«Preferiamo mantenere un’atmosfera positiva, evitando eccessive costrizioni e minacce. Se mostriamo che abbiamo le competenze ricercate dai vari enti, sono loro stessi ad avere interesse a rivolgersi a noi». E infatti, continua Poggia, «la preferenza indigena nel settore pubblico e parapubblico sta ormai diventando un automatismo».

Qualche caso insoddisfacente c’è stato; ad esempio nei media si è letto di una fondazione per disabili che ha assunto due frontalieri mentre altri profili equivalenti di residenti erano a disposizione; dettaglio piccante: i neoassunti provenivano dallo stesso villaggio francese del vicedirettore della fondazione. «Nei pochi casi in cui il sistema non ha funzionato siamo intervenuti direttamente presso le risorse umane dell’ente in questione», si limita a commentare il consigliere di Stato, che aggiunge anche qualche cifra. «Oggi oltre il 60% delle persone assunte vengono indicate dall’Ufficio del lavoro». Più precisamente, l’anno scorso 579 su 835 nuovi collaboratori dell’amministrazione cantonale; e 1.256 su 1.960 neoassunti in istituzioni sovvenzionate dallo Stato.

Da notare che il sistema non favorisce unicamente i disoccupati, ma anche persone che hanno appena concluso la formazione. Ad esempio, racconta Poggia, la collaborazione tra Ufficio del lavoro, la scuola per infermieri e gli ospedali ha permesso di assumere tutti gli 83 infermieri diplomatisi lo scorso giugno.

«Non è un modello discriminante»

Il modello ginevrino ha già causato qualche attrito con l’Unione europea? «Sappiamo che Bruxelles si è rivolta a Berna, e Berna a sua volta ci ha chiesto informazioni. Ma il nostro modello non è discriminante nei confronti dei cittadini dell’Unione,poiché si limita a favorire i residenti, siano essi svizzeri o appunto cittadini di altri Paesi UE. Metà dei nostri disoccupati è svizzera; nell’altra metà, il 32% è cittadino UE, il restante 18% extra UE».

Questo modello potrebbe essere esteso anche al settore privato? È quello che sta pensando di fare il Parlamento federale per applicare il 9 febbraio, e anche quello che vorrebbe fare il Canton Ticino per concretizzare Prima i nostri. «Se esteso a tutta l’economia il sistema diventerebbe certamente molto più complesso. Noi stiamo già discutendo con il settore privato, ma vorremmo arrivare a un accordo su base volontaria. Finora i datori di lavoro si sono mostrati ricettivi», afferma Poggia, secondo il quale «alla fine è una questione di buon senso».

Tuttavia il Mouvement citoyens genevois ha appena lanciato un’iniziativa analoga a «Prima i nostri»: vorrebbe quindi misure costringenti per favorire i residenti nel mercato del lavoro. «Questi sono mezzi di pressione politica, che vanno anche bene. Ma personalmente ritengo difficile che proposte come quella ticinese o come quelle appena lanciate a Ginevra ottengano la garanzia federale, poiché sono in aperta contraddizione con il diritto superiore».

in pillole

il sistema

La preferenza indigena viene applicata dal 2012 nell’amministrazione cantonale e nelle istituzioni di diritto pubblico. Dal 2015 anche negli enti sovvenzionati dallo Stato: l’ospedale, le case anziani, alcuni attori culturali. Ogni posto vacante va segnalato all’Ufficio cantonale del lavoro che propone dei nominativi. Questi vengono integrati nella selezione e, a parità di competenze, privilegiati.

i risultati

Oggi oltre il 60% delle persone assunte nel settore pubblico e parapubblico a Ginevra sono state segnalate dall’Ufficio cantonale del lavoro. Questi dati precisi concernenti il 2015: 579 su 835 nuovi collaboratori dell’amministrazione cantonale; e 1.256 su 1.960 neoassunti in istituzioni sovvenzionate dallo Stato.

il futuro

Sono in corso discussioni tra le autorità cantonali e il settore privato per arrivare a un accordo che introduca la preferenza indigena su base volontaria. Nel frattempo il «Mouvement citoyens genevois» ha proposto di inserire nella Costituzione cantonale il principio «Prima i nostri», analogo all’iniziativa ticinese.

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Lavoro Mille in più dagli Stati terzi

13/10/2016 00:00

Nel 2017 i contingenti per cittadini provenienti da Paesi extra-UE saranno aumentati Previsti 500 permessi aggiuntivi B e L – Serviranno per la manodopera specializzata

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Messo sotto pressione dai alcuni Cantoni e dagli ambienti economici che necessitano di manodopera qualificata, il Consiglio federale ha deciso di aumentare nel 2017 i contingenti dei permessi di soggiorno per i lavoratori di Paesi terzi. Il Consiglio federale ha stabilito un tetto di 3.000 permessi B (di dimora) e 4.500 permessi L (di dimora temporanea) per i cittadini provenienti da Stati non membri dell’UE e dell’Associazione europea di libero scambio.

Il Governo si è espresso a favore di un «aumento moderato», tenendo conto in tal modo sia del costante bisogno dell’economia di specialisti provenienti da Paesi terzi sia dei risultati della procedura di consultazione dei Cantoni e delle parti sociali. L’Esecutivo spiega di avere preso questa decisione alla luce dell’articolo costituzionale sull’immigrazione votato il 9 febbraio 2014 e dei dibattiti in corso in Parlamento. «Ammettere cittadini di Stati terzi non solo è nell’interesse dell’intera economia svizzera, ma contribuisce anche a tutelare i posti di lavoro nel nostro Paese», stima il Governo, sottolineando che «la precedenza al potenziale di manodopera presente sul territorio è garantita».

Situazione problematica

La situazione si era rivelata problematica per i Cantoni di Ginevra, Basilea e Zurigo, che già in primavera avevano esaurito le unità a loro disposizione, dovendo far capo alle riservate federali. La stessa UDC aveva criticato il Governo dopo la decisione di ridurre questi contingenti a seguito del voto contro l’immigrazione di massa: ««Basilea e in particolare l’industria farmaceutica hanno bisogno di specialisti provenienti da Paesi extra-UE», aveva dichiarato il mese scorso il consigliere nazionale Sebastian Frehner. Novartis, ad esempio, aveva dovuto ridurre e rimandare i programmi di formazione per rispettare le quote dei lavoratori di Paesi terzi.

L’anno prossimo sarà possibile assumere in totale 7.500 specialisti provenienti da Paesi terzi, 1.000 in più rispetto a quest’anno e al 2015, quando erano stati rilasciati 2.500 permessi B e 4.000 permessi L.

«I 1.000 permessi aggiuntivi (500 B, 500 L) confluiranno nella riserva federale, che coprirà, su richiesta, le esigenze supplementari dei Cantoni consentendo loro di reagire in modo flessibile all’evoluzione dell’economia» rileva il Consiglio federale, ricordando che i Cantoni hanno ancora diritto a circa 1.000 permessi per l’anno in corso. Entro fine novembre il Dipartimento di giustizia e polizia elaborerà la revisione dell’ordinanza sull’ammissione, il soggiorno e l’attività lucrativa e la sottoporrà al Governo per la decisione finale.

La spinta di Schneider-Ammann

Alla fine di settembre il ministro dell’Economia Johann Schneider-Ammann si era esplicitamente espresso in favore di un incremento dei contingenti a 8.500 permessi. Tornare ad aumentare i contingenti, aveva detto, è «un segnale per l’economia, per dimostrare che la politica vuole dare il suo contributo». Si tratta in particolare di far arrivare personale altamente specializzato da Stati terzi. Tali assunzioni dovrebbero creare in genere ulteriori posti di lavoro, fra i quattro e i sei per ogni specialista che arriva in Svizzera.

Secondo il direttore dell’AITI Stefano Modenini si tratta di una decisione è positiva. «Nel nostro settore abbiamo bisogno di manodopera specializzata, in particolare di quella proveniente dagli Stati Uniti e dai Paesi del Sud-Est asiatico. Non si tratta di grandi numeri, ma sono comunque figure chiave per le nostre aziende e che non fanno concorrenza alla manodopera residente». L’autorità competente per accordare i permessi è la Commissione manodopera estera, nella quale sono rappresentati Stato, imprenditori e sindacati.

Il Consiglio federale ha discusso anche dei contingenti relativi ai fornitori di servizi dei Paesi UE/AELS con impieghi di oltre 90 o 120 giorni all’anno. Per il 2017 il numero dei permessi resta ai livelli del 2016 con 2.000 permessi L e 250 permessi B. Sarà mantenuta inoltre l’assegnazione trimestrale, che fino alla fine di agosto ha portato a un utilizzo pari al 75 per cento.

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Nuove aziende

12/10/2016 00:00

il settore terziario è il più prolifico

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Nel 2014 sono state create in Svizzera 42.478 nuove imprese, 5.161 in più rispetto all’anno precedente (+13,8%), soprattutto nei cantoni di Zurigo e di Berna, ma anche Ticino (+7,4%), rende noto l’Ufficio federale di statistica (UST). Le aziende davvero nuove create «ex nihilo» sono state 37.354, la stragrande maggioranza nel settore terziario (87,9%): attività professionali, scientifiche e tecniche, commercio e riparazioni, sanità e servizi sociali. In testa alla classifica della creazione di nuove aziende si è situato il ramo «alberghi e ristoranti» (+22,9%), mentre il ramo meno dinamico è stato quello delle costruzioni (+5,7%). Su scala cantonale, Zurigo ha registrato il numero maggiore di nuove aziende (8.212 unità, il 19,3% del totale), seguito da Berna (4.032; 9,5%), Vaud (3.546; 8,3%) e Ticino (3.164; 7,4%). L’83,8% delle nuove imprese contava però un unico addetto. La quota di quelle con più di quattro addetti è molto bassa (1,9%).

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Dumping Oltre 20 segnalazioni ogni mese

08/10/2016 00:00

Il bilancio del DFE sulle misure legate al mercato del lavoro fotografa l’entità degli abusi salariali in Ticino Stefano Rizzi: «I casi riguardano anche lavoratori residenti» – Controllati sistematicamente i permessi G

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@P&G Infograph

MASSIMO SOLARI

C’è un dato, più di altri, che balza all’occhio nel bilancio annuale fornito dal DFE in merito alle 8 misure a favore del mercato del lavoro e dell’occupazione ticinesi. Dall’inizio del 2016 l’Ufficio per la sorveglianza del mercato del lavoro (USML) e l’Ufficio dell’ispettorato del lavoro (UIL) hanno dovuto trattare circa 200 segnalazioni di abusi salariali, delle quali circa il 10% inviate tramite il portale online creato ad hoc lo scorso anno. «Il tema del dumping è sempre attuale nel nostro cantone» riconosce nel proprio comunicato lo stesso DFE, commentando un dato chiaro. Scomponendo la cifra in questione emerge infatti una media di oltre 20 avvisi al mese, mentre il primo bilancio provvisorio reso noto a inizio febbraio registrava «una dozzina di segnalazioni». Ma a quali abusi sono stati confrontati le autorità di controllo? «Le segnalazioni riguardanti possibili casi di abusi salariali giungono sia dai rami in cui vige un Contratto normale di lavoro (CNL) così come da settori coperti da contratti collettivi» ci spiega Stefano Rizzi, direttore della Divisione dell’economia. Per poi precisare che nel primo caso «interviene la Commissione tripartita mentre nel secondo vengono attivate le Commissioni paritetiche: le multe per violazioni alla legge sui lavoratori distaccati, che non mancano, sinora raggiungevano un massimo di 5.000 franchi, mentre con la recente modifica di legge approvata alle Camere si potrà arrivare fino a 30.000». Tra i CNL più toccati dal fenomeno, prosegue Rizzi, «troviamo l’informatica e il commercio all’ingrosso». Sui mittenti delle segnalazioni invece precisa: «I casi non riguardano solo frontalieri, ma anche lavoratori residenti». In merito alla strategia per combattere il fenomeno Rizzi indica inoltre due campi d’azione: «Da un lato monitoriamo sistematicamente i nuovi permessi G per frontalieri». Dall’altro in dicembre la Tripartita si chinerà invece su quei settori scoperti da CNL o CCL dove sono stati segnalati nuovi abusi. «I rami potenziali, dove verrà deciso se procedere con un’indagine, sono quelli della lavanderia e pulitura a secco, degli spedizionieri, del magazzinaggio e custodia e degli impiegati di commercio nell’informatica».

Aziende fittizie: decine di casi

Il bilancio del DFE non affronta comunque solo il tema del dumping. Anche l’offensiva anti aziende fittizie ha prodotto dei risultati. Nello specifico, dopo le oltre 20 inchieste aperte tra ottobre 2015 e febbraio 2016 il lavoro di USML e UIL ha portato «a conoscenza dell’Ufficio della migrazione casi tali da permettergli di emettere una trentina di decisioni di diniego o revoca dei permessi di lavoro». Se in questo campo è previsto un ulteriore affinamento delle procedure, sta già dimostrando di funzionare bene lo scambio di informazioni con le autorità italiane nell’ambito delle prestazioni fatturate in Ticino da padroncini e distaccati. «La valutazione di alcune decine di casi – rileva il DFE –, trasmessi dall’Istituto delle assicurazioni sociali agli omologhi italiani degli Istituti nazionali della previdenza sociale di Lombardia e Piemonte, ha dimostrato l’utilità e l’interesse reciproco per questa misura». Ma non è tutto: a breve saranno condivisi 500 nuovi casi sospetti relativi al ramo edile.

Lotta alla disoccupazione

E a proseguire in modo serrato sono anche le iniziative volte a migliorare il collocamento dei disoccupati, rafforzando in particolar modo le relazioni tra gli Uffici regionali di collocamento (URC) e le aziende. In questo quadro spiccano i primi effetti della Legge sul rilancio dell’occupazione e sul sostegno ai disoccupati, tradottisi in 19 contratti di tirocinio per altrettanti giovani da riqualificare. «Parallelamente – indica il DFE – prosegue anche l’azione specifica nel settore sociosanitario, con 26 persone che stanno seguendo il relativo apprendistato». Non da ultimo il 2016 e il 2017 fanno rima con il potenziamento delle misure attive per il sostegno al collocamento. E in quest’ambito si segnala il modello testato in via sperimentale che prevede un nuovo corso intensivo di 2 mesi. Un percorso, precisa il comunicato, «che mostra risultati incoraggianti: il 40% dei collocamenti avviene entro due mesi dalla fine del corso, mentre poco più del 30% già entro la fine dello stesso».

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Un'opportunità per gli impiegati di commercio

06/10/2016 00:00

Dato l'alto tasso di disoccupazione nella categoria in Ticino, il Centro di formazione professionale dell'OCST e Camera di commercio hanno stretto una collaborazione per il ricollocamento dei lavoratori

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@ Maffi

Questa mattina si è tenuta la conferenza stampa di presentazione dell'importante collaborazione tra il Centro di formazione professionale dell'OCST (CFP-OCST) e la Camera di commercio, dell'industria e dell'artigianato per favorire misure di ricollocamento degli impiegati di commercio disoccupati. Sono intervenuti il capo dell'Ufficio delle misure attive e il direttore della SIC Ticino.

Tra gli impiegati di commercio ticinesi, specialmente tra quelli che hanno seguito una formazione a tempo pieno, il tasso di disoccupazione è piuttosto elevato. Per questo l'Ufficio misure attive ha da tempo ritenuto di proporre degli interventi specificamente orientati su questa professione che copre trasversalmente molti settori economici e offre competenze di ampio raggio.

Dall'incontro è emerso che il nodo da sciogliere per raggiungere il collocamento dei disoccupati in questo settore sembra essere quello di consolidare l'esperienza. Questo l'obiettivo delle Aziende di pratica commerciale: strutture di simulazione che consentono ai partecipanti di maturare le competenze pratiche delle quali sono carenti. Dal 2010 a questo progetto è stato affiancato il servizio di collocamento a stage che ha consentito ai partecipanti, il 40% dei quali è stato assunto, di cumulare esperienze in un'azienda dell'economia reale. Inoltre, nel 2013, è stato introdotto e verrà potenziato in futuro il sostegno al collocamento intensivo.

In particolare lo stage, proposto da consulenti che hanno una conoscenza approfondita del candidato, "ha permesso a molte aziende di conoscere in maniera approfondita e di apprezzare le qualità di candidati che avrebbero escluso a priori o con i quali non sarebbero entrati in contatto tramite i canali usuali. Un'opportunità dunque sia per i lavoratori che per i datori di lavoro".

La "grande efficacia di questa impostazione" ha quindi spinto il Centro di formazione professionale dell'OCST e i partner interessati ad ampliarne la portata. Per questo nei prossimi mesi verranno organizzati degli incontri mirati e delle visite per presentare alle aziende questa opportunità; verrà costruita cioè una rete di collaborazione intensa tra i responsabili risorse umane, i coach e i disoccupati che partecipano al progetto di ricollocamento. Verranno inoltre organizzati corsi di formazione mirati per sostenere i neoassunti nel periodo di introduzione in azienda.

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Aziende svizzere in controtendenza

05/10/2016 00:00

Fatturato giù per 300 gruppi Usa ed europei a causa del calo del prezzo del petrolio e materie prime - Ma le 23 società elvetiche nella classifica EY registrano una progressione del 9,5%

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ZURIGO - Le 300 più grandi imprese europee e americane hanno visto il loro fatturato diminuire nel primo semestre, a causa del calo del prezzo del petrolio e delle materie prime. In controtendenza si sono invece mostrate le aziende svizzere.

I gruppi europei hanno subito una flessione delle vendite (su base annua) del 4,6%, indica la società di consulenza EY in un comunicato odierno. Per le società americane l'arretramento si è limitato allo 0,4%, mentre le 23 imprese elvetiche comprese nella classifica hanno beneficiato di una progressione pari al 9,5%. Glencore e Nestlé figurano nella top ten europea, rispettivamente al quinto e al nono posto.

Sul fronte degli utili l'Europa mostra un calo del 9,6%, gli Usa e la Svizzera una diminuzione del 3,5%: 14 delle 23 entità elvetiche sono però riuscite a migliorare il risultato. Roche è prima in classifica in Europa, con un utile operativo di 7,4 miliardi di euro: il gruppo farmaceutico renano si piazza davanti a Deutsche Telekom e a Nestlé.

Complessivamente le aziende europee prese in considerazione dalla statistica di EY hanno generato un fatturato di 3250 miliardi di euro e un risultato operativo di 272 miliardi, mentre i loro concorrenti americani rispondono con rispettivamente 4150 e 483 miliardi.

Nella graduatoria dei 300 gruppi il 47% delle imprese europee è attiva nel settore industriale, una percentuale più consistente del 29% registrato negli Usa. Al contrario, il comparto informatico negli Stati Uniti è trainante - con Apple, Google e Microsoft - mentre solo 14 imprese europee del ramo sono inserite in classifica, sottolinea EY: il settore ha un fatturato di 92 miliardi di euro in Europa e di 575 miliardi oltre Oceano. Da notare infine che Apple ha realizzato un utile superiore a quello cumulato delle cinque aziende più redditizie europee.

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Svizzera Commercianti in affanno

04/10/2016 00:00

Nel mese di agosto la cifra d’affari al dettaglio è diminuita del 2,9% su base annua

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Giro d’orizzonte al FoxTown: i clienti italiani latitano nonostante il calo dei prezzi.

ROBERTO GIANNETTI

Il settore del commercio al dettaglio sta attraversando una fase difficile, confermata anche dai dati delle vendite in agosto, quando il giro d’affari del settore è diminuito del 2,9% in termini nominali rispetto allo stesso mese dell’anno scorso. Si tratta del 20. arretramento mensile consecutivo.

In termini reali, vale a dire tenendo conto delle correzioni apportate per compensare i diversi giorni di vendita e le festività, la diminuzione si attesta al 3,0%, ha comunicato ieri l’Ufficio federale di statistica (UST). Nel confronto con luglio in base a dati destagionalizzati si è assistito a una contrazione rispettivamente dello 0,3% (nominale) e dello 0,6% (reale).

Scendendo nei dettagli, al netto dei carburanti il fatturato in agosto è calato – in confronto a dodici mesi prima e considerando le correzioni dei giorni – del 2,7% a livello nominale e del 3,0% in termini reali. Il comparto alimenti, bevande e tabacco è rimasto invariato in termini reali, mentre quello non alimentare è diminuito del 4,8%; a livello nominale le variazioni sono rispettivamente del +0,8% e del –5,8%.

Ma come stanno andando le cose in Ticino? Ci siamo recati al FoxTown di Mendrisio, il centro commerciale che ospita 160 negozi di firme nei settori dell’abbigliamento, casalinghi ed accessori, per chiedere direttamente ai commercianti come stanno andando le vendite. Chiaramente, nessuno ha voluto che fosse indicato il loro nome e il nome del marchio, e le testimonianze sono molto variegate, forse anche a causa delle diverse tipologie di clienti e di prodotti.

Un responsabile di un importante marchio di abbigliamenti a livello mondiale ha affermato che «la crisi la sentiamo da un anno e mezzo, ma come la sente tutto il settore del lusso a livello europeo, se non mondiale». A suo avviso al FoxTown stanno diminuendo i cinesi, col 40% in meno rispetto a qualche anno fa. «La gente non spende più come una volta – aggiunge – anche se dopo l’abbandono della soglia di cambio tutti qui hanno adattato i prezzi. Di italiani se ne vedono pochi». Ma ci sono diversi fattori che influiscono sul fatturato: se pesano la crisi italiana e la forza del franco, invece il fatto che la Svizzera resti un Paese sicuro ha aiutato i commercianti. «La Svizzera non risente della paura del terrorismo, contrariamente alla Francia e alla Turchia, che stanno vivendo momenti difficili. Da noi invece si vedono nello stesso negozio arabi e israeliani, russi ed ucraini».

Il responsabile di un negozio di calzature è abbastanza preciso nel descrivere il peggioramento della situazione. «Nei primi nove mesi di quest’anno – nota – abbiamo registrato un calo del 28% del fatturato. Io credo che questo sia dovuto alla forte diminuzione dell’affluenza di pubblico nel nostro negozio. Infatti, abbiamo contato i clienti entrati da noi e abbiamo riscontrato proprio un calo del 28%».

«Malgrado abbiamo adattato i prezzi – precisa – a noi manca la clientela soprattutto nei week end, mentre in settimana l’affluenza è restata praticamente invariata. Questo vuol dire che i turisti che vengono da lontano acquistano ancora, mentre a mancare sono gli italiani, che non vengono a causa delle congiuntura e del franco forte».

Secondo questo responsabile, ad aver salvato il 2015 era stata l’Expo di Milano, che per molti turisti rappresentava una «scusa» per venire a fare acquisti in Svizzera. «Infatti – spiega – vedevo un sacco di turisti brasiliani un giorno e molti turisti coreani un altro. Erano delle comitive che avevano visitato l’Expo. Se non ci fosse stata questa manifestazione, il calo registrato quest’anno lo avremmo già avuto nel 2015. «Fino a qualche anno fa – conclude – una delle poche isole felici per il commercio al dettaglio in Ticino era il FowTown. Ora anche qui si fa fatica, e le prospettive sono grigie».

Probabilmente, la grande differenza la fa la clientela italiana, e chi si basava molto su quest’ultima sta soffrendo molto. Gli altri meno.

Lo dimostrerebbe il caso un negozio di biancheria, che invece fornisce un’altra versione della situazione. «Malgrado il rafforzamento del franco e il fatto che noi non abbiamo abbassato i prezzi – afferma la gerente – la nostra cifra d‘affari è aumentata. Forse perché fra i clienti abbiamo pochissimi italiani, dato che la nostra marca è poco conosciuta in Italia, mentre abbiamo molti clienti tedeschi, russi e arabi. Anche se i tedeschi guadagnano in euro continuano a spendere. Quando arrivano gli arabi e i russi, di solito spendono oltre mille franchi. Di ticinesi ne vediamo pochissimi».

Anche la gerente di un negozio di abbigliamento di lusso si dice soddisfatta. «Stiamo aumentando la cifra d’affari – nota – forse perché lo scorso anno abbiamo abbassato i prezzi del 20%, e ora sono in linea con quelli italiani. Comunque i nostri principali clienti non sono gli italiani, ma gli asiatici e gli arabi. Avevamo paura che con la legge anti burqa gli arabi non venissero più, invece non è stato il caso».

Comunque la cifra d’affari complessiva dei negozi presenti al FowTown è in aumento, come spiega Marco Hefti, responsabile marketing e commerciale del gruppo Tarchini. «Nei primi otto mesi di quest’anno – illustra – nel centro FoxTown abbiamo avuto un aumento del fatturato di quasi il 3%. Invece il mese di agosto non è stato così positivo, perché c’è stato bel tempo, e questo ha tenuto i turisti lontano dal nostro centro. Lo scorso anno avevamo avuto una flessione del 10% circa in termini di franchi, visto che i negozi avevano abbassato i prezzi, ma in termini di euro abbiamo messo a segno aumenti anche del 7-8%».

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Artigiani Controlli e multe al via

03/10/2016 00:00

Scaduto il termine per le iscrizioni, si attende di conoscere le modifiche

GIÙ IL MARTELLO

Per legge, se non si è iscritti al registro delle imprese non si può operare in Ticino.

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(fotogonella)

Da due giorni non si sgarra più. Chi non è iscritto all’Albo delle imprese artigianali non può operare sul suolo cantonale. Pena: sanzioni pecuniarie fino a 30.000 franchi. È quanto previsto dalla Legge sulle imprese artigianali (LIA), accolta dal Parlamento lo scorso marzo, e che da sabato è entrata in vigore a pieno regime. L’obiettivo della nuova norma, condiviso e salutato con favore da più parti, è quello di proteggere il ramo dalla concorrenza sleale di padroncini e distaccati. Come? Obbligando le ditte che intendono operare sul nostro territorio ad iscriversi ad un apposito registro – già soprannominato Albo anti-padroncini – e a presentare i documenti necessari che comprovano il rispetto dei requisiti professionali e personali.

E se sul principio sono tutti concordi, sulle modalità i pareri divergono. A destare qualche malumore è stato in prima battuta l’ammontare della tassa d’iscrizione, fissato a 2.000 franchi. Giudicato troppo oneroso, numerosi artigiani ticinesi e d’oltre confine hanno così chiesto un livellamento verso il basso. Da qui la decisione dell’Esecutivo di posticipare lo scattare delle sanzioni dal 1. agosto al 1. ottobre e di diminuire l’importo della tassa da 2.000 a 600 franchi. Pubblicato a fine agosto sul bollettino ufficiale delle leggi, il Regolamento d’applicazione ha però presentato una nuova sorpresa: l’esonero delle ditte d’oltralpe dalla tassa d’iscrizione. Questo, in rispetto del diritto superiore di libero mercato. Una modifica che non è piaciuta a diversi artigiani locali che, lo scorso 21 settembre a Bellinzona, sono scesi in piazza per protestare e per chiedere al direttore del Dipartimento del territorio Claudio Zali di rivedere la norma. Giovedì il tema è quindi stato al centro dell’incontro settimanale del Consiglio di Stato dove si è discusso delle possibili modifiche da apportare al decreto di legge. Deroghe queste che richiedono però maggiori approfondimenti giuridici e che verranno rese note soltanto nei prossimi giorni. Scaduto il termine per iscriversi all’albo Rete Ticino, l’associazione che riunisce gli artigiani scontenti della nuova legge, ha già preannunciato ricorso.

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Gessatori Si va verso lo sciopero

30/09/2016 00:00

Tensioni per il rinnovo del contratto collettivo – Il garzone della discordia

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Le possibilità sono due: o l’Associazione ticinese mastri gessatori (ATMG) rinnova tacitamente l’attuale contratto collettivo di lavoro o sarà indetto uno sciopero. È quanto hanno deciso i lavoratori del settore del gesso, riuniti martedì in assemblea sindacale a Bioggio.

Emblema del conflitto tra le parti è la richiesta dell’ATMG di introdurre una categoria salariale inferiore a quella del manovale: ovvero quella del garzone, retribuito con 18 franchi l’ora. Una proposta questa che, a detta dei sindacati Unia e OCST, «non merita di essere ulteriormente negoziata». Dopo settimane di trattative, ieri i 124 lavoratori presenti all’incontro hanno così «rifiutato all’unanimità di entrare nel merito della proposta dell’associazione padronale», definendola «sostanzialmente peggiorativa» rispetto al contratto collettivo attuale. «In una situazione del mercato del lavoro particolarmente nervosa – continuano i sindacati – i CCL devono essere rafforzati e non alleggeriti». Al termine dell’assemblea i lavoratori hanno dunque adottato una risoluzione nella quale conferiscono mandato ai sindacati «di attivare tutte le misure di lotta necessarie». A partire da lunedì 3 ottobre, come si legge nella nota, tutti i lavoratori sui cantieri «saranno chiamati in consultazione per decidere sulle azioni di protesta da intraprendere e, in particolare, sull’organizzazione di una giornata di mobilitazione generale durante il mese di ottobre». Ma non solo. Come si precisa nella risoluzione, affinché si eviti lo sciopero, le parti sindacali chiedono all’associazione di categoria di «tornare al tavolo delle trattative con senso di responsabilità e lungimiranza per introdurre nel CCL quelle disposizioni fondamentali a tutela dei lavoratori e del settore». In particolare, Unia e OCST chiedono che venga riconosciuta «l’esperienza maturata dal lavoratore all’estero, una migliore regolamentazione del tempo di viaggio, nonché l’introduzione e il mantenimento delle categorie salariali ottenute in caso di cambio d’azienda».

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Edilizia Arriva il tesserino per lottare contro gli abusi

29/09/2016 00:00

La SSIC lancia una carta d’identità dei lavoratori per facilitare i controlli sui cantieri – Toccati anche padroncini e distaccati

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Un tesserino di riconoscimento per lottare contro malaedilizia e concorrenza sleale. È l’offensiva che la Società svizzera impresari costruttori (SSIC) ha presentato a Lugano e che vede il nostro cantone schierato in prima linea. «A partire dal secondo semestre 2017 prenderà il via la fase sperimentale in Ticino e la speranza è che questo progetto possa esser esteso su scala nazionale già dal 2018», ha spiegato Gian-Luca Lardi , presidente centrale della SSIC. L’idea alla base è semplice: introdurre un tesserino di riconoscimento – una sorta di carta d’identità dei dipendenti – che permetterà agli ispettori di verificare celermente se ci sono irregolarità nei cantieri. «Il tesserino verrà rilasciato solamente dopo aver ricevuto tutti i documenti necessari quali permesso di soggiorno, licenza di lavoro e dichiarazione di adesione al salario minimo», ha specificato Lardi, «in seguito, tutte queste informazioni verranno registrate in una banca dati nazionale accessibile ai datori di lavoro e alle commissioni paritetiche. In tal modo si potrà verificare sul lungo periodo se gli imprenditori rispettano o meno le condizioni di lavoro».

Un tavolo di lavoro nazionale

Interessati dal provvedimento saranno tutti coloro che intendono operare sul suolo elvetico, quindi anche padroncini e distaccati d’oltre frontiera. Non si teme un effetto Albo degli artigiani?, abbiamo chiesto a Lardi. «Affatto. Questo progetto mira ad andare a colpire quelle pecore nere che non si attengono alle regole e, a differenza della LIA, è una soluzione pensata a livello nazionale e non regionale. Ci muoviamo quindi in un contesto di legge ben rodato e che non può esser messo in discussione». Ma c’è di più. Come precisa il presidente centrale, per evitare futuri malumori al tavolo di lavoro sono state coinvolte le associazioni di categoria dell’edilizia principale e di quella accessoria, nonché il sindacato Syna, l’Associazione quadri dell’edilizia svizzera, le committenze pubbliche e la SECO. Come dire, nessuna possibilità di contrasti intercantonali. In merito al costo dell’operazione e al possibile riversamento sugli affiliati, il presidente centrale preferisce tuttavia non esprimersi. «Ci sono ancora aspetti che dobbiamo valutare prima di stilare un bilancio», ci dice. Soddisfazione è stata espressa anche da Mauro Galli , presidente della SSIC Ticino, che ha ricordato come «questo badge fungerà da garanzia anche per i committenti, chiamati a decidere a chi appaltare i lavori. Non vogliamo fare del protezionismo, ma occorre bloccare il prima possibile chi non rispetta le leggi. Perché il settore della costruzione non è da sottovalutare: basta pensare che in Ticino occupa circa 8.600 lavoratori».

L’offensiva ticinese

VIOLA MARTINELLI

In attesa della nuova carta d’identità anti-abusi, va detto che la sezione cantonale della SSIC si era già attivata in questa direzione, lanciando lo scorso settembre un’App volta a facilitare la segnalazione di irregolarità sui cantieri. Ad un anno di distanza, il direttore della SSIC-TI Nicola Bagnovini ha così snocciolato alcune cifre. «Possiamo dire di aver raggiunto l’obiettivo – ha dichiarato – dalla sua introduzione abbiamo infatti ricevuto oltre 150 segnalazioni e di queste, l’80% si è rivelata fondata. Segno che stiamo andando nella direzione giusta e il futuro tesserino comporterà un ulteriore passo avanti».

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