La Svizzera è il posto ideale per creare start-up

27/07/2017 00:00

Lo rivela un sondaggio condotto da Randstad, società specializzata nella intermediazione di personale

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Tecnologia applicata alle tute da motociclista, progetto di una start up ticinese.

ZURIGO - La Svizzera è il posto ideale per creare delle start-up, ma sono pochi gli interessati a lavorare in una di queste aziende. Secondo un sondaggio condotto da Randstad, società specializzata nella intermediazione di personale, il 70% degli svizzeri consiglia il proprio paese a chi desidera fondare una di queste nuove imprese. I vantaggi di una start-up sono la libertà di decisione, la rapida messa in atto di idee e una forte dinamicità, afferma in una nota odierna Randstad. La Svizzera è inoltre al primo posto in Europa per quanto riguarda il sostegno dei poteri pubblici alle start-up.

Solo il 42% degli intervistati ha però ammesso di voler lavorare per una start-up. Questa percentuale si trova al di sotto della media globale del 50% e in Svizzera solo gli uomini nella fascia d'età tra 18 e 34 anni hanno risposto "sì" in questa misura. Uno dei fattori più importanti nella scelta di un impiego si è rivelato essere la sicurezza del lavoro ed è per questo motivo che i candidati esitano a rivolgersi a una start-up, si legge nel comunicato.

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«Diatriba inutile sui dati SECO e ILO»

15/05/2017 00:00

Le due stime della disoccupazione non si contraddicono ma misurano cose diverse

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@P&G Infograph

Pagina di
Roberto Giannetti

Si dice che i politici usino la statistica come gli ubriachi i lampioni, più per sorreggersi che per illuminare la strada. E ultimamente ci sono state molte diatribe sui dati sulla disoccupazione, vista la grande differenza fra i dati SECO (Segreteria di Stato dell’economia) e quelli dell’Ufficio federale di statistica ILO (basati sulla definizione proposta dall’Organizzazione internazionale del lavoro ILO). Gli ultimi dati disponibili secondo il concetto ILO indicavano nel 4. trimestre 2016 un tasso del 5,9% in Ticino. Invece i dati SECO, sempre per il Ticino, mostravano un tasso del 3,4% in ottobre, del 3,6% in novembre e del 3,9% in dicembre. Il dato SECO per il Ticino mostra una disoccupazione che scende su base annua, e il dato ha raggiunto la media svizzera (per gli ultimi dati SECO relativi al mese di aprile vedi a pagina 24), e la scorsa estate lo ha addirittura superato al ribasso, il che rappresenta una novità storica. Ma anche il dato ILO mostra una situazione in miglioramento. Infatti è sceso dal 6,9% del terzo trimestre 2016 al 5,9% del quarto trimestre. Abbiamo cercato di gettare un po’ di luce su questo tema, intervistando Pau Origoni, direttore dell’Ufficio cantonale di statistica.

Negli ultimi tempi ci sono state molte discussioni su quali siano i dati migliori per misurare la disoccupazione in Ticino, quelli della SECO o quelli dell’ILO. Cosa ne pensa?

«Mi stupisce questa diatriba. Non si tratta di sapere quale di questi dati sia migliore, ma di capire cosa si vuole misurare, visto che le due statistiche misurano cose diverse. Il dato calcolato dalla SECO è estremamente solido e ricco ed è stato creato con uno scopo amministrativo, quello di calcolare in modo molto preciso gli iscritti agli Uffici regionali di collocamento (URC), che conteggiano in modo rigoroso i propri utenti. Per comprendere la dimensione economica della disoccupazione, fenomeno molto complesso, è allora utile riferirsi ai dati ILO. Inoltre, non vi è nessuna base legale che obbliga un disoccupato ad essere iscritto agli URC».

Il dato SECO in Ticino ultimamente è diminuito fortemente avvicinandosi alla media nazionale. Questo dimostra la forza dell’economia ticinese?

«Potrebbe darsi, ma non è detto. Sarebbe discutibile misurare la forza dell’economia cantonale sulla base di un solo indicatore. L’analisi andrebbe estesa a molte altre dimensioni, come per esempio quella dell’occupazione, del PIL, delle commercio estero, dell’innovazione ecc.».

Ma il dato SECO è considerato quello principale per misurare la disoccupazione.

«Direi che è quello più tradizionale, perché ha una lunga storia, dato che si è iniziato a calcolarlo nel 1936 e che per molti anni non c’erano alternative. Si trattava infatti dell’unico dato che dava un’indicazione sull’evoluzione della disoccupazione e in molti cantoni è ancora oggi così. D’altra parte, non tutti i disoccupati si iscrivono a un URC, si tratta di una scelta soggettiva. Uno dei principali incentivi all’iscrizione a un URC è il diritto alle indennità. In questo senso, ci sono degli studi, per esempio dell’Ustat, che hanno dimostrato che alcune categorie di persone sono meno propense a iscriversi o più propense a disiscriversi anche se non hanno trovato un impiego (giovani, donne che si sono ritirate momentaneamente dal lavoro, indipendenti, disoccupati di lunga durata ecc.). Tutte queste realtà sono prese in conto solo parzialmente dal dato SECO. Insomma, il compito di questo dato non è quello di dare un’idea di quello che succede al di fuori degli Uffici regionali di collocamento».

Come ovviare a questo limite?

«Dal 1996 l’Ufficio federale di statistica ha sviluppato uno strumento (con dati validi a livello ticinese solo dal 2002), che è la Rifos, ossia la Rilevazione delle forze di lavoro in Svizzera, che rende disponibili informazioni sul mondo del lavoro e del non-lavoro nel Paese. La Rifos appartiene a una ‘famiglia di fonti’ che è diffusa a livello europeo da circa 20 anni e sonda la situazione della popolazione residente permanente, attraverso un rilevamento campionario che permette di sapere se una persona sia disoccupata o meno, anche se non è iscritta ad un URC. Sono considerate disoccupate le persone che, la settimana precedente all’indagine, rispondono di non aver lavorato nemmeno un’ora, di aver cercato attivamente un impiego e di essere immediatamente disponibili ad assumerne uno. Questi sono i tre elementi fondamentali alla base della definizione internazionale di disoccupato. Per esempio chi cerca lavoro ma ha dei bambini da accudire per i prossimi sei mesi nella statistica ILO non viene definito disoccupato, poiché non è ritenuto immediatamente disponibile».

Quindi lei preferisce il dato ILO?

«Non si tratta di una questione di preferenze. I due dati sono validi e complementari: quello prodotto dalla Rifos offre una definizione più ampia, quello della SECO una definizione legata al concetto di disoccupazione previsto dalla LADI. Il primo è quindi più aderente del fenomeno della disoccupazione in termini economici. Questo significa che la definizione non è vincolata a fattori come il cambiamento di una legge».

Ma al dato ILO si ‘rimprovera’ di essere costruito su un sondaggio e quindi di essere impreciso.

«Non è esattamente così. È vero che un sondaggio campionario ha i suoi limiti, ma possiamo misurare il grado di precisione dei risultati e utilizzare altri indicatori per valutarne la validità. Inoltre, su un piano metodologico la Rifos è estremamente solida. Oltre alle definizioni, che hanno natura economica, si basa su un questionario molto complesso, con interviste ogni anno a 120 mila persone in Svizzera, di cui 8 mila in Ticino. Si tratta di un campione aleatorio stratificato, consistente e rappresentativo. La prima intervista impegna i partecipanti, selezionati in modo casuale, per circa 45 minuti. Poi dalla Rifos si estraggono il dato sulla disoccupazione ai sensi dell’ILO e anche il dato sugli occupati: quindi se non è buono l’uno non è buono neanche l’altro. Per giunta, il dato Rifos sui disoccupati è molto vicino ai dati calcolati da altre fonti ufficiali e indipendenti. Inoltre, va tenuto conto che la Rifos ha una definizione molto restrittiva di disoccupato, perché se una persona ha lavorato almeno un’ora nella settimana di riferimento, viene classificata come occupata».

Ma in Ticino il dato ILO ha un margine di errore del 20%. Non è un po’ troppo per essere utilizzabile?

«Questo scarto, che si riferisce al dato trimestrale, può apparire elevato. Se però consideriamo il tasso di disoccupazione su base annua, che per il Ticino è del 6,5% (2015), il margine di errore scende al 14%. Questo significa che il tasso reale è compreso (con una probabilità del 95%) tra il 5,6% e il 7,4%. Va poi considerato che la sequenza dei dati stimati in più anni dimostra che la statistica ha una sua robustezza, visto che i dati evolvono con una certa regolarità e senza sbalzi repentini».

Ma la validità delle indagini campionarie è scientificamente provata?

«L’idea di dare un’accezione negativa al concetto di sondaggio è sbagliata, perché c’è sondaggio e sondaggio. La Rifos, che fa parte delle statistiche ufficiali della Confederazione, è un’indagine campionaria molto affidabile, perché viene svolta con una metodologia sofisticata, basata su standard internazionali e in totale trasparenza (tutto è documentato e disponibile online). Ci sono però sondaggi che hanno scarso valore, ma questo non concerne la statistica pubblica. È peraltro interessante rilevare che le metodologie campionarie vengono usate nei più svariati ambiti, come per esempio la ricerca epidemiologica, quella farmacologica, e via dicendo».

Come mai a volte i due dati hanno tendenze diverse?

«In modo un po’ semplificato, il dato ai sensi dell’ILO include i disoccupati iscritti agli URC e quelli non iscritti, mentre il dato SECO unicamente gli iscritti. Se per esempio la disoccupazione secondo la SECO cala mentre quella secondo la Rifos aumenta, quello che possiamo dire è che cala il numero di iscritti mentre aumenta al contempo il numero di non iscritti».

Ma ci sono altri dati che misurano la disoccupazione?

«Certo, anche il Censimento federale della popolazione offre dati sulla dimensione lavorativa e, quindi, sul numero di disoccupati e il rispettivo tasso. In passato il Censimento comportava una raccolta dati esaustiva. Dal 2010, disponiamo di dati annuali prodotti dalla Rilevazione strutturale, una delle indagini campionarie del nuovo Censimento e che si basa su un’autodichiarazione. Il dato che ne esce è molto più simile al dato ILO che a quello SECO, anzi è leggermente più alto (7,2% nel 2015), con un margine di errore più contenuto. E questo dato è disponibile per tutti i cantoni, i quali hanno sistematicamente un dato più alto di quello SECO».

* direttore dell’Ufficio cantonale di statistica

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Svizzera Nel 2016 i casi di fallimento in lieve diminuzione

31/03/2017 00:00

Lo scorso anno in Svizzera sono state aperte 12.927 procedure di fallimento di società e di persone, 89 o lo 0,7% in meno del 2015.

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In calo anche l’importo complessivo delle perdite finanziarie risultanti da procedure di liquidazione ordinarie e sommarie. La flessione delle nuove procedure è riconducibile al minor numero di fallimenti di persone (giuridiche e fisiche) non iscritte nel registro di commercio (–104). I fallimenti di persone iscritte sono invece aumentati di 15 unità, ha indicato l’UST. A livello di regioni la diminuzione è riconducibile ad un calo di 94 casi (–9,9%) nella Svizzera centrale, di 56 casi (–3,3%) nella Svizzera nordoccidentale e di 23 casi ( –3,3%) in Ticino.

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Le imprese a forte crescita sono oltre 4.500

06/03/2017 00:00

Le aziende in cui gli addetti sono aumentati di più del 10% in media annua su tre anni (fra il 2011 e il 2014) rappresentato il 7,7% del totale - Creati 88.000 posti di lavoro

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© Zocchetti

Neuchâtel, 06.03.2017 (UST) - Per la prima volta, l'Ufficio federale di statistica (UST) pubblica dei risultati sulle imprese a forte crescita, ovvero le imprese in cui gli addetti sono aumentati di più del 10% in media annua su tre anni. Questa nuova statistica offre un quadro dello sviluppo delle imprese in Svizzera. Dai primi risultati emerge che, nel 2014, la Svizzera contava 4594 imprese a forte crescita che hanno contribuito alla creazione di oltre 88'000 impieghi nel periodo 2011-2014.

Queste imprese a forte crescita, chiamate «high growth», hanno almeno 10 addetti e un tasso di crescita medio annuo degli impieghi superiore al 10% su un periodo di tre anni. Nel 2014 si contavano 4594 imprese di questo tipo, ovvero il 7,7% di tutte le imprese con almeno 10 addetti. Il Ticino si situa attorno al 7%.

Quasi i tre quarti di queste unità operano nel settore terziario, mentre il settore secondario ne conta un po' più di un quarto. La quota di imprese a forte crescita sulla popolazione delle imprese considerate è leggermente superiore al valore nazionale nel settore terziario (8,2% contro 7,7% per l'insieme della Svizzera). Nel settore secondario questa percentuale è nettamente inferiore alla media svizzera (6,8% contro 7,7%).

«Servizi d'informazione e comunicazione» è il ramo di attività economica più dinamico

Un'analisi a livello dei rami di attività economica dimostra che «costruzioni», «industria ed energia» e «attività professionali, scientifiche e tecniche» sono quelli che raggruppano il maggior numero di imprese a forte crescita. In misura praticamente uguale, questi tre rami raggruppano più del 40% delle imprese «high growth».

Mettendo in relazione i valori assoluti con il totale delle imprese di 10 addetti o più nel 2014, il ramo più dinamico è quello dei servizi d'informazione e comunicazione (13,6% delle unità sono a forte crescita), seguito da quello delle attività immobiliari e amministrative (12,5%) e quello delle attività professionali, scientifiche e tecniche (9,9%). Il ramo «alberghi e ristoranti» è quello meno dinamico, con il 4,9% di imprese a forte crescita.

Giura e Ginevra raggiungono la soglia del 10% di imprese a forte crescita

L'analisi geografica per Grandi Regioni indica poche differenze. La regione di Zurigo registra il tasso di imprese a forte crescita più elevato (8,9% di imprese «high growth»), mentre la Svizzera orientale quello più modesto (6,6%). Le variazioni sono più marcate a livello cantonale. In valori assoluti, sono logicamente i grandi Cantoni a registrare il maggior numero di imprese a forte crescita, con Zurigo in testa. La situazione cambia se si prendono in considerazione i tassi d'imprese «high growth» sull'insieme delle imprese prese in considerazione in ogni Cantone. In due Cantoni, il tasso di imprese a forte crescita rappresenta almeno il 10% della popolazione considerata (Giura: 10,7%; Ginevra: 10,0%). I tassi più modesti sono quelli del Vallese (5,6%) e dei Grigioni (5,3%).

Tassi di crescita dell'impiego elevati nel settore terziario

Nel periodo 2011-2014, le imprese a forte crescita hanno creato 88'245 impieghi, il che corrisponde ad una crescita media annua del 17,8%. Le cifre relative all'impiego sono salite ad un ritmo maggiore nel settore terziario che in quello secondario (+18,7% contro +15,0%). A livello dei rami economici, le costruzioni (+15,5%) e l'industria ed energia (+14,7%) hanno presentato il tasso di crescita meno elevato in termini di impieghi.

L'analisi per classi di grandezza delle imprese sottolinea un tasso di imprese «high growth» relativamente basso per le imprese di piccole dimensioni. Questo tasso è del 4,1% per la classe dimensionale «da 10 a 19 addetti». Le imprese con un numero di addetti tra i 20 e i 49 sono le più dinamiche, poiché quasi il 13% di esse rientra nella categoria «high growth». In seguito, la quota delle imprese «high growth» scende con l'aumentare delle dimensioni delle imprese, arrivando al solo 3,6% per le imprese con 1000 o più addetti.

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Lugano Orario flessibile per i dipendenti comunali

09/02/2017 00:00

Potrebbe entrare in vigore a breve l’orario flessibile per i dipendenti dell’amministrazione comunale di Lugano.

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G.REC

Il Municipio ha pubblicato recentemente l’ordinanza che garantisce la possibilità di gestire in modo individuale l’inizio e la fine del proprio orario di lavoro giornaliero. I collaboratori potranno iniziare la giornata tra le 7 e le 8.30, fare la pausa di mezzogiorno tra le 11.30 e le 14 e finire tra le 16 e le 20, naturalmente il tutto garantendo l’operatività di ogni settore. L’ordinanza definisce poi le modalità di saldo delle ore, dei recuperi e il sistema di rilevamento delle presenze (il cosiddetto «cartellino», già presente in alcuni settori come la polizia e gli Istituti sociali ma che da quest’anno si vuole appunto estendere a tutta l’amministrazione). Il tema dell’orario flessibile era stato sollevato qualche anno fa da alcuni atti parlamentari, in particolare una mozione interpartitica del 2013. In particolare sottolineavano come il lavoro flessibile – già adottato da diverse amministrazioni comunali e dal Cantone – offra maggiore soddisfazione sul lavoro e benefici anche in termini di salute, mentre i responsabili aziendali evidenziano i grandi benefici in termini di produttività ed efficienza. Non da ultimo è emerso che l’orario flessibile consente di ridurre l’assenteismo. La mozione era stata accolta all’unanimità dal Consiglio comunale nel 2014 e ora il lavoro flessibile potrà diventare realtà una volta scaduti i termini di pubblicazione dell’ordinanza (1. marzo).

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Cala la fatica a trovare personale specializzato

16/11/2016 00:00

Tanto risulta da uno studio di Manpower secondo cui solo il 20% delle società interpellate denuncia ancora difficoltà in questo senso - Un anno fa la percentuale era del 31%

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ZURIGO/GINEVRA - Le imprese elvetiche fanno meno fatica a reclutare il personale specializzato di cui hanno bisogno. È quanto risulta da uno studio di Manpower, in cui si specifica che solo il 20% delle società interpellate - la quota più bassa dal lancio del primo studio studio undici anni fa - denuncia ancora difficoltà in tal senso. Un anno fa tale percentuale era ancora del 41%.

La diminuzione constatata da un anno all'altro si spiega col fatto che nel frattempo le imprese hanno saputo adottare le misure adeguate per occupare i posti vacanti, anche offrendo ai propri collaboratori la possibilità di riqualificarsi, indica una nota odierna di Manpower che ha interpellato 750 ditte elvetiche nel corso del terzo trimestre 2016.

Il 67% dei datori di lavoro ha deciso di offrire ai propri impiegati la possibilità di seguire una formazione supplementare, ha indicato il direttore ad interim di Manpower Svizzera, Herbert Beuchat, citato nel comunicato. Nel 2015 solo il 32% aveva preso in considerazione una simile possibilità.

Per Beuchat questa scelta ha implicazioni positive per tutti. Consente agli impiegati di adeguarsi più facilmente ai cambiamenti e ai datori di lavoro di "fidelizzare" i propri collaboratori. Nel 2016 solo il 16% delle aziende consultate non aveva alcuna strategia per sormontare la difficoltà di ingaggiare personale qualificato, contro il 43% dell'anno precedente.

Al pari dell'anno scorso, i datori di lavoro si sono lamentati in primo luogo dell'assenza di competenze tecniche o specializzate dei propri collaboratori, in particolare per quanto riguarda l'informatica o le lingue. Nel 2015 un manager su due faceva stato di tali difficoltà, mentre un anno più tardi tale percentuale è scesa al 28%.

Per il settimo anno consecutivo, i datori di lavoro denunciano in particolare la mancanza di operai qualificati. Seguono i quadri e i direttori d'azienda.

La penuria di operai qualificati non è un fenomeno confinato alla sola Svizzera, ma comune anche ad altri Paesi, precisa nella sua nota Manpower che ha svolto lo studio in 43 Stati contattando 42'341 dirigenti. Il Giappone è il Paese che in generale fa più fatica a reclutare talenti, soprattutto a causa dell'invecchiamento della popolazione. L'86% dei datori di lavoro ha segnalato difficoltà in tal senso.

I Cinesi, invece, sono quelli che hanno meno difficoltà (10%). In Europa, il 49% dei datori di lavoro tedeschi fa fatica ad ingaggiare personale specializzato, mentre austriaci (34%), italiani (31%) e francesi (23%) se la cavano meglio. Nel 2016, a livello mondiale il 40% delle società non ha potuto reclutare il personale di cui aveva bisogno.

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Ticino Il digitale spinge la moda

21/10/2016 00:00

A Pura il Fashion Digital Lab di NetComm Suisse – Ribkoff sbarca a Lugano

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Moda e digitalizzazione: un binomio vincente, come vincente può essere il ruolo di Lugano nella nuova fase di una grande firma mondiale della moda. Lo ha affermato Catia D’Ascenzo, vice presidente per le attività commerciali in Europa della Joseph Ribkoff, produttrice e distributrice di abbigliamento femminile «se e sofisticato», con sede a Montréal Dopo essersi sviluppata nelle Americhe, punta ora soprattutto sull’Europa, ove ha 2.500 punti vendita che generano il 50% del fatturato globale. Il nuovo ufficio di Lugano coordinerà tutta l’attività europea e gestirà la transizione verso il nuovo modello multicanale di business, con vendite via web accanto ai negozi tradizionali. L’annuncio della D’Ascenzo è venuto in occasione dell’evento di due giorni, promosso da NetComm Suisse presso la Franklin University Switzerland di Lugano ed oggi presso l’UBS di Manno, dedicato all’imprenditorialità digitale applicata al settore della moda.

G.L.T.

Un’evoluzione che interessa molte aziende, per la quale tuttavia si registra una penuria di figure professionali altamente specializzate, come ha sottolineato Carlo Terreni, direttore generale di NetComm Suisse Association, che raggruppa 185 aziende. Proprio per far favorire l’interazione fra i diversi attori economici, tecnologici e della formazione, accogliere talenti e start-up innovative nel settore della moda, Terreni ha rivelato che il Fashion Digital Lab, annunciato nell’aprile scorso, sorgerà a Pura. E già si pianifica, attraverso una cordata di imprenditori locali, l’apertura nel 2017 di un secondo polo a Pazzallo, con un investimento ulteriore di 1,5 milioni di franchi. I fondi saranno sbloccati con la conferma da parte di NetComm Suisse dell’apertura dell’Academy&Lab a Lugano, portando così all’insediamento di un’importante azienda del digitale in Ticino. Terreni ha ricordato come nel settore della moda la quota di acquisti via web sia ormai dell’ordine del 15-25% a seconda delle marche, e per alcune ben maggiore ed in continua crescita. Nel corso dei lavori responsabili di brand consolidate e di start-up al cui successo la digitalizzazione delle vendite e del servizio alla clientela, hanno portato la loro testimonianza.

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KOF Per i giovani lavoratori la Svizzera resta attrattiva

19/10/2016 00:00

La Svizzera nel raffronto internazionale offre condizioni di lavoro molto buone per i giovani.

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In Europa, tra il 2008 e il 2014, solo nella Confederazione e in Norvegia la qualità del lavoro per chi entra o è da poco sul mercato occupazionale è migliorata. È quanto ha indicato ieri il Centro di ricerca congiunturale del Politecnico di Zurigo (KOF).

L’istituto di ricerca traccia l’evoluzione delle condizioni di lavoro dalla crisi del 2008. In Svizzera, contrariamente a quanto avvenuto nell’UE, la qualità dell’impiego è migliorata. Rispetto al 2008 vi sono meno giovani costretti a lavorare a tempo parziale. Anche il rischio di vivere in povertà malgrado un’occupazione è diminuito. Nel 2014 nella Confederazione l’indice si è fissato a 5,76, contro un 5,62 nel 2008 (la valutazione massima è il 7). Il voto supera quello di tutti i Paesi dell’UE. Nell’indice globale, che oltre alla qualità comprende anche il grado di occupazione, il sistema formativo e la facilità di accesso al mercato del lavoro, la Svizzera mostra qualche difficoltà. Nel 2014 il voto è stato di 5,7 (5,76 nel 2013), che piazza la Confederazione al secondo posto dopo la Danimarca (5,74) e circa un punto sopra la media dell’UE-28 (4,78). Il peggioramento dipende in particolare dagli indicatori «tasso di disoccupazione di lunga durata» e «impiego temporaneo». Quest’ultimo aspetto potrebbe essere spiegato con l’aumento degli stage effettuati prima di ottenere un contratto di lavoro di lunga durata.

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Economia Il commercio resta al buio

17/10/2016 00:00

Anche l’associazione di categoria locarnese aderisce all’azione vetrine spente per Halloween Il presidente Caroni: «Serve un cambiamento di mentalità, anche da parte del consumatore»

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(Foto Archivio CdT)

SI SPEGNERANNO? La SCIA invita i suoi soci ad aderire all'iniziativa del 31 ottobre, ma è difficile dire quanti negozianti, anche in piazza Grande, oscureranno le vetrine.

BARBARA GIANETTI LORENZETTI

Una crisi della quale non si vede la fine. Un’immobilità – quando non è flessione – dalla quale il commercio del Locarnese (così come quello del resto del cantone) fatica ad emergere, rimanendo immerso in un buio figurato. Che si trasformerà in oscurità reale il prossimo 31 ottobre, quando anche i negozianti affacciati sul Verbano dovrebbero prender parte all’azione vetrine spente, promossa da Cristina Maffeis, titolare di due attività a Muralto e Bellinzona. All’iniziativa pensata per la notte di Halloween ha dapprima aderito la Società commercianti della Capitale, seguita poi da quella di Chiasso. Ora, dunque, anche la Società commercianti, artigiani e industriali del Locarnese (SCIA) ha deciso di invitare i propri aderenti a partecipare all’azione dimostrativa. Pensata per sensibilizzare sulla situazione in cui si dibattono soprattutto i piccoli commerci.

E per rendersi conto che nemmeno nella nostra regione si sorride, basta fare due passi in piazza Grande e nei suoi dintorni. Numerosi sono infatti gli spazi lasciati vuoti da negozi che hanno cessato l’attività negli ultimi mesi e ancora non occupati. Inoltre spesso chi continua a lavorare, lo fa con grande fatica. «Per le aziende familiari – commenta Giovanni Caroni , presidente della SCIA – è diventato davvero difficile riuscire ad andare avanti. Tant’è vero che molti negozi (soprattutto in centro) sono stati sostituiti da punti vendita di società di servizi oppure da filiali di catene commerciali nazionali e internazionali». Fra le difficoltà denunciate dalla promotrice dell’azione vetrine spente, quella legata agli affitti, sempre più pesanti per le cifre d’affari in costante calo e che i proprietari d’immobili non sarebbero disposti ad abbassare, nonostante i tassi d’interesse ai minimi storici. La situazione è così anche nel Locarnese? «In effetti – risponde Caroni al CdT – quello delle pigioni elevate può diventare un problema, peraltro sollevato anche dai colleghi di Lugano. Devo però anche dire che sono a conoscenza di casi in cui i commercianti hanno chiesto e ottenuto una riduzione dell’affitto».

A pesare sulla crisi del settore, aggiunge il presidente della SCIA, rimane comunque forte la concorrenza. Anzi, due tipi di concorrenza. «Quella – specifica – del commercio online, che ora comincia a farsi sentire in modo abbastanza determinante anche da noi. E quella, ormai ben conosciuta, con l’Italia». Un tema di grande attualità, quest’ultimo, che non smette di far discutere, «e che non è sicuramente facile da contrastare – prosegue Caroni -. Del resto, lo abbiamo già detto e ripetuto: da noi gli operatori del settore non hanno più margini di manovra per agire sui prezzi e non si può però nemmeno condannare il consumatore che fa la spesa oltre frontiera, arrivando a risparmiare anche il 30 per cento». Un gatto che si morde la coda, insomma.

«Quel che ci serve – prosegue il presidente dell’associazione locarnese di categoria – è un cambiamento di mentalità. Se i commercianti sono chiamati a fare ogni sforzo per soddisfare il cliente, se alla politica si chiede di creare condizioni quadro favorevoli, anche il consumatore dovrebbe fare la sua parte, cercando – nel limite del possibile – di far capo alle attività locali. Mettendo sul piatto della bilancia anche l’indotto dello shopping al di qua della frontiera. Si pensi agli affitti versati di cui parlavamo prima, ai salari garantiti al personale, alla formazione degli apprendisti, agli investimenti effettuati in vari ambiti dai negozianti. Un circolo virtuoso, insomma, che andrebbe favorito in ogni modo». E per sensibilizzare ulteriormente il pubblico sulla necessità di sostenere l’economia cantonale la SCIA aveva ideato la campagna Original Ticino, alla quale hanno aderito diverse altre società di categoria e che sarà rilanciata a breve con nuove iniziative.

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Tirocinio Ancora in 35 senza meta

15/10/2016 00:00

Il gruppo operativo per il collocamento ha trovato una soluzione per 145 giovani su 180 Rita Beltrami: «Privi di un posto i casi più problematici e fra loro c’è chi non si fa reperire»

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(Foto Maffi)

QUESTIONE DI SCELTE La maggior parte dei giovani che optano per un apprendistato s'inserisce nel settore artigianale-artistico-industriale.

MASSIMO SOLARI

Molti, ma non ancora tutti. Lo speciale Gruppo operativo per il collocamento a tirocinio (GCT), istituito dalla Divisione della formazione professionale del DECS, è riuscito a trovare una soluzione per 145 giovani che a fine agosto si trovavano ancora senza un posto di apprendistato. Sono invece una trentina – 35 secondo i dati ufficiali di inizio ottobre – quelli tutt’ora senza meta. «Il nostro lavoro si esaurirà con la fine del mese» indica in tal senso Rita Beltrami, a capo dell’Ufficio dell’orientamento scolastico e professionale, aggiungendo che il bilancio conclusivo della campagna verrà presentato in una conferenza stampa a metà novembre. In merito ai giovani che al termine della scorsa estate si erano annunciati al GCT, Beltrami dunque precisa: «Dei 99 ragazzi che aveva no proceduto con un’autosegnalazione, in 68 casi abbiamo individuato uno sbocco. Per quanto concerne invece gli 81 indecisi al termine delle scuole medie, ben 77 sono riusciti a trovare una collocazione». In questo quadro va quindi spiegato che c’è chi è riuscito a strappare un contratto d’apprendistato, chi ha deciso di intraprendere una scuola post-obbligatoria o ancora chi ha optato per un periodo di stage.

«Il gruppo operativo e i diversi ispettori di tirocinio hanno svolto un lavoro prettamente di collocamento, alla ricerca di nuovi posti» rileva Beltrami, menzionando le due ipotesi attorno alle quali si è operato: «Per il loro collocamento, i giovani che abbiamo trattato hanno presentato un indirizzo principale e un’alternativa». Una procedura necessaria, questa, dal momento che alla fine dell’estate alcuni settori – come quello del commercio – non disponevano praticamente più di posti di tirocinio.

Ma come si comportano i differenti ragazzi di fronte a un’eventuale cambio di programma? abbiamo chiesto a Beltrami: «Alcuni si adattano, altri no. E questi ultimi sono i casi più difficili da gestire. Mi riferisco a giovani che magari rinunciano a uno stage dopo solo mezza giornata, quando servirebbe un po’ più di tempo per valutare il posto offerto». Sempre in tal senso v’è però un’altra problematica con la quale gli orientatori e gli ispettori del GCT hanno dovuto confrontarsi. «Purtroppo succede che alcuni giovani che si erano autosegnalati, e per i quali stiamo cercando una sistemazione, non si rendono reperibili» riconosce Beltrami. Per poi sottolineare come per la trentina di ragazzi non ancora collocati è per contro «fondamentale mantenere un filo aperto con i vari ispettori di tirocinio».

In calo i frontalieri

Quando mancano all’incirca due settimane al termine della campagna di collocamento – e con alcuni giovani a cui proprio in questi giorni sono stati proposti degli stage – Beltrami giudica comunque positiva l’attività del GCT. «Quest’anno trovo che vi sia stato un leggero miglioramento, anche se, va detto, ogni anno presenta delle sue particolarità e un giudizio completo lo si potrà fornire solo a bocce ferme». In ogni caso, e come già riscontrato nel 2015, «si conferma il calo dei posti di apprendistato messi a disposizione di frontalieri». Lo sguardo va tuttavia allargato e non basta solo riconvertire queste opportunità a favore dei residenti. Beltrami fa l’esempio del ramo artigianale o dell’edilizia, dove di norma gli apprendistati andavano anche a giovani italiani. «Ma ad agosto – sottolinea la nostra interlocutrice – per queste professioni non figurava alcun contratto scoperto».

Più in generale i dati presentati il 18 agosto dal DECS indicavano che delle 4.762 aziende formatrici interpellate, erano 1.277 quelle disposte a offrire un tirocinio (1.410 nel 2015). Il tutto per un totale di 3.074 posti (erano 3.108 l’anno scorso). E a fronte della trentina di giovani a oggi non ancora collocati, due mesi fa erano 1.854 i giovani con in mano un contratto e tra questi 500 frontalieri.

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